Meno 7 giorni. La ricerca della felicitá.

Con oggi entro nella 40esima settimana.

E con oggi entro anche in uno stato crescente di ansia che non si può spiegare a parole.

In questo momento sto guardando “La ricerca della felicitá” in tv.

Difficile per me pensare a una vera e propria ricerca della felicitá ora, perché l’angoscia copre piú o meno tutte le altre emozioni.

Non dormo bene. Non molto. Sono stanca. Appesantita. Con l’aciditá di stomaco costante.

Ho una paura boia.

Sul gruppo Whatsapp (dannati gruppi whatsapp…) tutte le altre mamme che hanno frequentato il corso premaman come me hanno giá partorito o stanno per partorire. Chi ha giá partorito, ha addirittura parlato degli immani dolori del parto. Effettivamente, ne sentivo quasi il bisogno. Quasi quasi adesso mi guardo anche un paio di puntate di “24 ore in sala parto” così…perché sono masochista e sadica…

Le altre mamme ancora in attesa, come me, semplicemente non scrivono sul gruppo. Forse nemmeno leggono i messaggi, dal mio punto di vista a questo punto fanno bene.

Di questi giorni appena trascorsi trovo poco da raccontare perché faccio fatica a fare qualsiasi cosa, anche fare una semplice passeggiata. E la cosa mi demoralizza e sfianca, io non sono mai stata così. In più il periodo non aiuta: Milano é un mortorio assurdo, questo agosto che non vuole finire con il caldo che piega qualsiasi cosa sta diventando il mio personale inferno. E non ho vie di fuga o modi per combatterlo, devo stare qui a “covare” e aspettare che finisca.

Tutti parlano del momento del parto come un insieme di emozioni incontrollabili, la vita che si realizza sotto i tuoi occhi. E quest’angoscia che provo ora ho paura che possa rovinatre tutto. Che io possa essere troppo oscurata dal dolore per realizzare ciò che veramente sta succedendo. 

Perché in questi 9 mesi, vedi la pancia che cresce e un piccolo inquilino che si muove dentro di te, ma non lo realizzi, che quel bambino prima o poi te lo ritroverai in braccio e ti dará un gran bel daffare, non lo realizzi finché non nasce, e ho l’angoscia di non essere in grado nemmeno in quel momento.

Ho paura di diventare la classica mamma stanca e spaventata dal gravoso compito, succube dei mille consigli che arriveranno in quel momento da tutti, il cui compito é solo quello di accudire, allattare e cambiare pannolini, e che perderá totalmente la sua identitá. 

Ho l’ansia.

Credo che si legga nelle mie parole.

Non so, non credo, che vorrei tornare indietro.

Ma so che molte cose sono cambiate. Tante. Troppe. Se ci penso mi gira la testa da come tante cose sono cambiate. E tutti i giorni devo ripercorrere quello che é stato e quello che sono diventata in questi mesi per trovare il mio personale centro di gravitá che mi tenga a terra e non mi faccia sbandare. Per non mancarmi, per non sentirmi persa in tutto questo.

Io sono sempre io. Forse. Credo.

Ma una parte della vecchia me é morta, in un certo senso, per trasformarsi in altro, di cui ancora non ho coscienza.

E non vorrei sentire troppo la mancanza di quello che ero. 

Credo che ora sia meglio chiudere questo post, perché sto diventando lagnosa e nostalgica.

Possiamo dare la colpa agli ormoni, dai.
“...se hai un sogno devi proteggerlo. Se vuoi qualcosa, vai e prenditela. Punto.”



Esilarante e delicato allo stesso tempo. Recensione de “Le mamme ribelli non hanno paura” di Giada Sundas

Ciao a tutti!!

A casa mia siamo quasi pronti. 

Ho montato il trio (o meglio, Topo ha montato il trio, io stavo a guardare) e lo stesso giorno preso da un raptus papineccio ha montato pure la culla e il fasciatoio.  Il tutto condensato nello spazio di un bilocale, vi lascio quindi immaginare che razza di manovre dobbiamo fare in casa (stile Pozzetto…sposta il trio ed ecco la cucina, TAAAAC, fai scivolare la culla e compare un comodino TAAAC). 

In teoria saremmo pronti. Tranne la sottoscritta, che a 5 settimane dal termine delegherebbe l’infido compito del parto al primo che passa per strada. Ho fatto il controllo con l’anestesista che mi ha dato il via libera per fare l’epidurale. Ora mi mancano solo l’aiuto del pubblico e la possibilitá di chiamare a casa e posso benissimo essere la prossima partecipante a “Chi vuol essere milionario”. La valigia é pronta, mancano solo i barbiturici e sono pronta a partire!!!

Mentre me ne sto arenata sul divano (o su qualsiasi superficie morbida a disposizione in casa mia) aspettando l’ingresso nei 9 mesi (potere del panico, vieni a me!!), ho avuto modo di leggere quello che potrei benissimo definire il libro più esilarante che io abbia mai letto negli ultimi mesi.

Avviso i lettori : alto rischio di risata violenta, se siete gravide e a termine potete farvela sotto.


Come potete vedere in foto, é edito da Garzanti. Mi é stato regalato da mio fratello per il mio compleanno, e l’ho divorato in una settimana circa. 

L’idea nasce dalla pagina Facebook della scrittrice. Da un “piccolo” gruppo di circa 300 follower (avercelo io, ‘sto piccolo gruppo sul blog) la sua pagina attualmente ha raggiunto più di 25 mila seguaci e il libro in poco tempo é arrivato alla quarta ristampa oltre che essere diventato un fenomeno di passaparola tra gravide e non. Niente male per una scrittrice che é alla prima esperienza editoriale ed é veramente giovanissima.

Il libro é una sorta di diario che vede Giada in prima persona alle prese con le gioie e i dolori della maternitá, e lo fa con l’ironia che caratterizza la sua persona, mettendo su carta i suoi pensieri e alcuni momenti di vita così come li racconeterebbe, senza costruire un linguaggio articolato, ed é proprio da questo che nasce il lato comico che strappa a tutti un sorriso. Ci sono dei momenti veramente esilaranti che vedono due neogenitori alle prese con la cura di una bimba che tanto angelica non é e che di fatto ne combina di tutti i colori. 

In questo libro, veramente molto divertente ma anche commovente, la figura della mamma é trattata con molta umanitá, semplicitá e humour. Giada é una mamma “ribelle” in mezzo a tante mamme ribelli che però nascondono di esserlo perché in questa societá devi sempre dimostrare di essere una mamma perfetta altrimenti ti puntano tutti il dito contro (lo so bene anche io, che appena scoperto di essere incinta ho pianto due giorni, quale abominio!!! Avrei dovuto fare le capriole all’indietro come quelle della pubblicitá del Nuvenia!!!). 

 Lei stessa si definisce portatrice di un movimento che ha il fine di smascherare l’omertá che sta dietro la figura materna, il voler sempre celare quelli che sono i tanti lati spiacevoli o negativi della maternitá, che può essere un punto di partenza di una nuova vita, ma come dice lei può essere anche una grandissima rottura di palle. Non c’é nessun idillio nel ripulire la pipì per tutta la casa dopo che il pargolo ha deciso volontariamente di rifiutarsi di mettere il pannolino, o nello svegliarsi 3 volte a notte per soddisfare quelli che sono semplici capricci. E soprattutto, non ci dovrebbe essere nessuna vergogna nel doverlo ammettere, che prima di essere genitori siamo umani con una sana idiosincrasia per determinati sacrifici che la genitorialitá ti impone. 

Il messaggio alla base del libro é che appunto non bisogna avere paura di sbagliare, e di seguire il proprio istinto nel costruirsi una propria figura materna al di lá degli stereotipi e dei dogmi che si cerca di inculcare nelle donne. La mamma perfetta non esiste, ma imparando e sbagliando prima o poi qualcosa di giusto riesce a combinarlo e se ci mette l’amore per il proprio figlio, anche se l’infante decide di rotolarsi per terra urlando perché vuole fare i capricci, tutto si supera. Nonostante la stanchezza e tutte le difficoltá del caso. 

Ve lo consiglio, faccio come fanno le altre mamme per cui lo consiglio come regalo a tutte le vostre conoscenti in gravidanza, anche se é un libro che si può leggere a prescindere dall’avere dei figli o meno, mi sento di ritenerlo più indicato a chi é nella stessa situazione della scrittrice. Perché magari sta nel panico al solo pensiero di quello che la attenderá. 

La natura ha donato alla donna la consapevolezza della sofferenza, ma anche buone ragioni per sopportarla, e il riverbero infinito di un calcetto nella pancia é davvero una buona ragione”

Con ammmoooore e calzini rossi e bianchi (non sono adorabili??)

Cat

Dieci minuti per cambiare. Recensione di “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale

Nella filosofia del mindfulness, molto in voga al giorno d’oggi, si consiglia di sentire 3 suoni differenti, toccare tre oggetti differenti e osservare attentamente tre cose differenti ogni giorno, al solo fine di rimanere ancorati al tempo presente e sconfiggere così eventuali stati d’ansia e di disagio interiore.

Vi dirò, a me questa filosofia intriga non poco, troppo spesso siamo sempre di corsa e ci sembra che il tempo non sia mai sufficiente e letteralmente ci scivoli via dalle mani, e questo ci fa rabbia, perché abbiamo sempre un sacco di cose da fare, giriamo come trottole e non riusciamo mai a stare dietro a tutto.

Solo che non é così semplice da mettere in pratica. Insomma, richiede concentrazione, dedizione, dovremmo dedicare il giusto spazio per decomprimere lo stress, e respirare.

Eppure, dieci minuti al giorno, per esempio, non dovrebbero essere così difficili da trovare….spendiamo molto più tempo cazzeggiando sui social network, per esempio. 

Su questi dieci minuti e sulla volontá di rinascita, Chiara Gamberale ci regala il diario di un mese della sua omonima protagonista.


Come vi dicevo, la protagonista é Chiara, una donna che si ritrova in una fase della sua vita in cui tutto le é palesemente crollato addosso. Il marito l’ha lasciata per l’ex collega, la sua rubrica per il giornale per cui scrive é stata cancellata e si ritrova sola e confusa in un appartamento di Roma, che non ha mai sentito suo e da cui vorrebbe fuggire.

La sua psicanalista, che ormai la segue nella sua ossessione per il compagno e che cerca di farla guarire dai costanti sensi di colpa che lei si riversa addosso, la invita a fare un gioco: dedicare dieci minuti al giorno tutti i giorni per un mese a fare delle attivitá mai svolte. 

Chiara, capendo di non avere nulla da perdere, accetta la sfida.

Una sfida che la porterá ad aprire se stessa a nuove opportunitá, nuove persone, situazioni riflessive ma anche molto divertenti, che le faranno tornare il sorriso e la capacitá di credere in se stessa e di rinascere dalle sue ceneri.

É un romanzo molto carino, sviluppato sotto forma di diario, racconta appunto giorno per giorno le varie attivitá che Chiara decide di affrontare. Essendo lei molto recidiva al cambiamento, cominciare a dedicare del tempo a cose differenti é veramente molto difficile.

Personalmente ho trovato la protagonista abbastanza fastidiosa. É un costante riflettere sui lati negativi di un’esistenza a cui di fatto non manca nulla, un piangersi addosso perché il marito (un emerito stronzo) l’ha lasciata, il costante darsi le colpe di questo e quindi l’idealizzazione di un individuo (il marito) che ha le sue colpe, ma che se ne approfitta, facendole ricadere infine su di lei. Lui giustifica il fatto che se n’é andato non perché é uno stronzo lui, nooooo, é lei quella sbagliata, quella che ha distrutto il matrimonio con le sue insicurezze e le sue paure, e i suoi malumori l’hanno spinto nelle braccia di un’altra.

Praticamente, secondo il manuale del perfetto coglione, tutto questo non fa una piega.

E mi ha dato profondamente fastidio che la protagonista, per tutto il libro, vada dietro questi sensi di colpa che lui le lancia addosso. Io posso capire l’amore che può provare per lui, ma dannazione, DATTI UNA SVEGLIAAAAAA!!! 

Ma non vedi come ti ha trattata? 

E la colpa sarebbe tua? Ma non vedi che ti ha manipolata?

No, mi dispiace, ma non mi sento di dire “Poverina, che storia triste, la capisco” perché anche al patetico c’é un limite.

E la definisco patetica perché sebbene non le manchi nulla, sebbene a poco a poco riesca a riprendersi in mano la sua vita, con nuovi affetti e un nuovo lavoro a cui dedicarsi, rimane per molto tempo ancorata al pensiero dell’ex. Che da bravo stronzo, a un certo punto torna nella vita di lei (del resto questi narcisisti rimangono sempre attaccati a queste donnette senza forza perché solo così si sentono uomini). E lei, ovviamente, lo lascia fare. Il mese di azioni volte a farla rinascere ha così poco valore, serve a ben poco, perché il romanzo si conclude con la protagonista che solo dopo un mese non é evoluta molto. Per far sì che si liberi da tutti i suoi demoni ci vorrá molto più tempo. E forza, e coraggio. Il coraggio di fare delle scelte per se stessa, fosse anche per la prima volta nella sua vita, la scelta di abbracciare il cambiamento come un lato normale dell’esistenza e di trovare la forza di voltare pagina perché solo così può tornare a vivere. 

Edito da Feltrinelli, é un libro del 2013, di 187 pagine. 

Nonostante il nervosismo che la protagonista mi ha creato (queste donnette senza palle, proprio non le concepisco, e ho sofferto d’amore anche io) mi sento di consigliarlo, prendendolo per quello che é, un breve romanzo di rinascita che però non si conclude con l’ultima pagina.

Perché non si può (o meglio, si potrebbe ma non é detto) tornare a vivere in un mese. 

“Perché , in effetti, il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano:con il gioco dei dieci minuti lo sto imparando. Dunque sta anche nei libri che tutti hanno letto, ma che per qualche imprecisato motivo noi ancora no. “

Con ammmmore e momenti zen .

Cat

Pensieri gravidi sparsi. Recensione di “Sono cose da grandi” di Simona Sparaco

“Ammesso che i bambini si possano chiedere su ordinazione, dovete sapere che ogni volta che vi sorprenderanno, nel bene e nel male, sentirete stringersi il cuore. Da quel momento in avanti vi sembrerá di non esistere più, almeno non con la stessa identitá. Questo, non lo spiegano mai abbastanza alle aspiranti madri. Non esiste un’informazione preventiva e adeguata su come la maternitá stravolga la mente di una donna. Un disastro. Anche se nell’opinione comune resta il disastro migliore che vi possa capitare.”

Come molti, soprattutto molte, immagineranno, nove mesi di gravidanza portano pensieri e seghe mentali di ogni tipo, in base all’ondata ormonale del momento.

Quello che essenzialmente ti chiedi un giorno sì e l’altro pure é: “Ma io ce la farò?” , perché si parte da una certa svalutazione delle proprie capacitá personali. Ce la farò a essere una buona mamma/un buon papá? Ce la faró a tirare su un essere umano decente? Ce la faró a crescere mio figlio in questo mondaccio? O quanto meno, ce la farò a fargli capire che le parolacce non si dicono (anche se io le dico, ma prometto che da domani smetto)?

Cerchi supporto e la risposta alle tue domande a vari momenti di incontro, come appunto i corsi preparto, ma parliamoci chiaro, nessuno potrá mai dare una completa soluzione al tuo stato di caos mentale fino in fondo. 

Ecco, questo frullato di dubbi te lo porti dietro per tutti i 9 mesi, te lo trascini in sala parto, dove il panico raggiunge vette fino ad allora inesplorate, e dopo 3 giorni di ospedale dove essenzialmente stai sul chi va lá, al panico gli metti un pagliaccetto, lo metti nella culla supermega accessoriata che hai comprato mesi prima, e te lo porti a casa.

Hai messo al mondo l’incarnazione di tutte le più profonde ansie, sotto forma di bambino. E da quel momento sono cazzi tuoi.

La letteratura degli ultimi anni si é sbizzarrita parecchio sul raccontare e dare una propria interpretazione al panico.  Io , che scrittrice non sono, ho trovato un’ottima lettura dei miei pensieri nel libro di Simona Sparaco,  “Sono cose da grandi”


Edito da Einaudi, é un libriccino di 95 pagine che si legge in un pomeriggio.

La scrittrice parte dall’evento dell’attentato di Nizza per parlare al figlio di 4 anni e confessargli quello che é la paura. Non la paura suscitata dalle fiabe, ma la paura di fronte alle brutalitá del mondo. La paura del bambino di fronte a queste immagini di morte portano la scrittrice a proteggerlo e a spiegargli cosa sta succedendo, e la frase “Sono cose da grandi” non basta più, soprattutto di fronte a fatti che coinvolgono anche altri bambini, proprio come lui. 

In queste 95 paginette la scrittrice parla al figlio con tutta la dolcezza possibile, aprendosi e svelando le proprie fragilitá di donna e madre. Le sue paure, che sono le paure di ogni genitore, trovano forza ed espressione nelle sue parole, tanto che leggendole chiunque può dire “É vero, hai ragione, mi sento proprio così” .

Ci sono delle frasi bellissime, all’interno, di una semplicitá disarmante, piccoli aneddoti di vita quotidiana e di scoperta della meraviglia che solo con un bambino in casa si possono avere.  Ci sono riportati i momenti tra madre e figlio, quei momenti di gioco che poi diventano riflessioni più profonde, sulla vita, sul mondo, e vanno a toccare tematiche importanti, come la guerra appunto, la violenza, la salvaguardia dell’ambiente, o anche la tematica delle famiglie miste e dell’amore. Ed é partendo dall’amore e dalla dolcezza, che Simona trova le parole giuste per toccare le corde della sensibilitá e della curiositá del bambino. Con il profondo desiderio che queste parole lui possa rileggerle quando sará più grande. 

É un libro che terrò sicuramente da conto in caso dovessi fare un regalo a qualche futura mamma, perché quello del mettere al mondo dei figli per consegnarli al mondo, a questo mondo, é una delle tante paure di ogni genitore, soprattutto negli ultimi anni. Lo consiglio anche solo per la delicatezza dei messaggi che vengono trasmessi. 

C’é chi dice “Goditeli finché sono piccoli”. Io penso che sia una frase abbastanza stupida, perché quando si parla di figli ogni etá racchiude in se qualcosa di speciale. É bello riscoprire il proprio lato infantile giocando con loro quando sono bambini, ma é anche bello rapportarsi a loro in maniera matura e adulta quando iniziano a capire come stanno le cose. 

Diamo loro la vita perché possano viverla e coglierla a piene mani, anche se a volte fa soffrire. Credo che questo sia il più alto e profondo atto d’amore che qualsiasi genitore possa fare. 

Godi, figlio mio, della bellezza, della poesia, di queste note che ci accompagnano lungo la strada, ma impara soprattutto a godere di te. Non ti affannare troppo a cercare all’esterno quello che giá ti appartiene. Chiudi gli occhi, chiudili ogni volta che puoi, trova il silenzio, il tuo silenzio, e ascoltalo.  In quel silenio, se lo cercherai, troverai anche il tuo talento”

Con ammmmmore e “Mamma, guarda, una faffalla”

Cat

Un libro necessario. Recensione di “Piccole grandi cose” di Jodi Picoult

Se non posso fare grandi cose, posso fare piccole cose in modo grande”

                                                                                                                                  Martin Luther King Jr.


Ciao a tutti!!

Oggi voglio parlare di un libro che ho letteralmente divorato. É un libro che io ritengo necessario, soprattutto di questi tempi, anche se per quella che é la nostra esperienza sociale potrebbe passare in secondo piano.


Edito da Corbaccio nel 2016, il titolo originale fortunatamente non é stato distorto, é Small Great Things, con la traduzione di Lucia Corradini Caspani.

É un romanzo molto attuale, in quanto il tema trattato é il razzismo. Parliamo soprattutto di razzismo negli Stati Uniti, pertanto per noi lettori italiani potrebbe risultare una tematica che sí conosciamo, ma che non ci tocca da vicino tutti i giorni.

Ruth Jefferson é infermiera nel reparto neonatologia dell’ospedale di West New Haven, Connecticut. 

La sua vita viene sconvolta quando si scontra con i Bauer, una coppia che ha da poco avuto un figlio, e che vieta a Ruth di potersi avvicinare al bambino. Perché Ruth é una donna di colore e loro sono estremisti esponenti della supremazia bianca. 

La donna come potete immaginare é amareggiata da quest’atteggiamento, é una professionista che lavora da anni in quell’ospedale; alla fine, segue gli ordini che le vengono dati. Ma questo la mette in una situazione difficile nel momento in cui il piccolo, a pochi giorni dal parto, inizia ad avere un’insufficienza respiratoria e lei é l’unica infermiera disponibile al momento. Cosa fare? Rimanere a guardare e quindi seguire gli ordini, oppure salvare la piccola vita?

Le cose si complicano ulteriormente e purtroppo il bambino muore.

Ma questo é solo l’inizio, perchè Ruth verrá accusata di omicidio, e la questione diventerá un problema etico e razziale.

Toccherá all’avvocato Kennedy McQuarrie prendersi carico della difesa della donna, portando i giurati a guardare oltre il colore della pelle e oltre i propri limiti mentali.

Allora, a me é piaciuto molto. Anche se ho trovato esagerato il costante accenno alla questione razziale. Ruth e la sua famiglia sono costantemente oggetto di discriminazioni, in qualsiasi momento della giornata,  dal fare la spesa al prendere un autobus, e c’é del rancore e della rabbia nella protagonista, rabbia che poi a un certo punto sfocia, e rischierá di distruggere tutto il lavoro del suo avvocato.  L’ho ritenuto esagerato perché non voglio pensare che oggi la situazione che molte persone devono vivere sia questa. 

A quello che vive Ruth come vittima, si contrappone l’altra faccia della medaglia, ossia i pensieri e il modo di agire di Turk Bauer e dei vari esponenti della supremazia bianca. Sono pagine cariche di odio, che secondo me ha anche poco a che fare con il volersi scagliare contro le persone di colore, i loro atteggiamenti sono da criminali, non sono nient’altro che dei criminali che sfogano la loro smania di violenza contro qualcuno diverso da loro.  Ovviamente seguono degli atteggiamenti tipici dei KKK, e l’autrice ha voluto quindi fare un aggancio storico alle vicende del tempo. 

Kennedy McQuarrie é l’anello tra i due, in quanto é una donna bianca , chiamata a difendere una donna di colore,  e che pensa di non avere preconcetti razziali, ma il cui modo di pensare viene stravolto proprio dall’aver conosciuto Ruth, che la introduce nel suo mondo, in quello che deve vivere tutti i giorni. Le due donne, collaborando insieme, avranno modo di scontrarsi, di conoscere il reciproco modo di vivere, e di crescere nel loro modo di pensare.

Il romanzo, diviso in capitoli raccontati con le voci di Ruth, Turk e Kennedy, ha un ritmo in crescendo, le parti che ritengo più avvincenti sono quelle che descrivono tutto l’iter giudiziario e i vari appelli in aula. 

Non conoscevo il modo di scrivere di Jodi Picoult, é il suo primo libro che leggo, ma é nota per essere una scrittrice che nei suoi romanzi tratta temi sociali anche piuttosto crudi, come appunto la causa razziale, o anche la violenza sulle donne. 

Prima che io rischi di spoilerare qualcosa, direi di chiudere qui la mia recensione, che ho appena riletto e sembra abbastanza distaccata. In realtá vi garantisco che é un libro che mi è piaciuto molto, anche se in questo periodo della mia vita non era molto indicato che io leggessi un romanzo dove un neonato muore in ospedale, però questo lato é la causa scatenante da cui nasce tutta la vicenda ma non é il fulcro principale del romanzo, il tema principe rimane appunto il tema razziale, e la costante contrapposizione di punti di vista, di bianco e di nero non come opposti ma come due lati della realtá e del mondo. 

Ve lo consiglio assolutamente!!
Credi che ci sará mai un tempo in cui il razzismo non esisterá?”

“No, perché questo significherebbe accettare, da parte dei bianchi, l’uguaglianza. Chi sceglierebbe mai di smantellare il sistema che lo rende un privilegiato?”



Con ammmmore e I have a dream
Cat

Un libro che ti prende a pugni. Recensione de “Il rumore dei tuoi passi”

Ciao a tutti,

In diretta dal resort a Marina di Bibbona, che mi ospiterá fino a domani, prima che io torni a Milano, vi parlo della lettura che mi ha tenuto compagnia gli ultimi 5 giorni (ho letto un libro in 5 giorni, rendiamocene conto).

Romanzo d’esordio di Valentina D’ Urbano, della quale avevo giá avuto modo di conoscere la maestositá narrativa con “Non aspettare la notte”, devo dire che questo é un libro con una tematica cruda, diretta, capace però di incastrare il lettore in un vortice narrativo che non lo lascia libero fino alla fine. 


É la storia di Beatrice a Alfredo, ragazzi cresciuti nella Fortezza, un insieme di palazzi occupati e malfamati di periferia.

Come potete immaginare, entrambi crescono in una realtá difficile, fatta di droga, incursioni quotidiane della polizia, furti e crimini anche maggiori. Sono ragazzi senza futuro che non hanno progetti se non cercare di arrivare a sera in qualche modo.

Beatrice, tra tutti, sembra avere forse la situazione migliore, vive con il padre e la madre che tirano avanti a campare con lavori precari ma almeno non sono dei criminali o ex carcerati. Un giorno, mentre é ancora bambina, nel suo palazzo arriva un bambino che in casa si ritrova due fratelli e un padre totalmente alcolizzato e persino violento.

Per la madre di Beatrice viene naturale “adottarlo” e così il bambino che si chiama Alfredo diventa parte integrante della vita di Beatrice, e i due crescono così uguali, che tutti li chiamano “i gemelli”.

Ed é di questo rapporto di simbiosi che attraversa tutto il romanzo, che alla fine si srotola tutta la narrazione. Vediamo i protagonisti che da bambini diventano grandi, con tutte le difficoltá e le incertezze tipiche dell’adolescenza. Il loro rapporto viscerale e sanguigno, così primitivo e a tratti violento, li porterá a distruggersi, pur rimanendo sempre insieme.

Io sono senza parole per la capacitá narrativa di Valentina d’Urbano. Ha questa scrittura così diretta e concreta che alla fine prendi a cuore i personaggi, le loro storie, le loro gioie e le loro sofferenze. Il loro voler scappare dalla loro realtá, senza mai riuscirci davvero. Perché sono come degli animali in gabbia, che una volta che sono liberi non sanno comunque come sopravvivere. La Fortezza li ha inghiottiti e non sanno come venirne fuori perché é parte di loro.

É un libro che ti entra dentro. Prendendoti a pugni, come se ti dicesse “Sì, ok, tu mi leggi e vivi in una realtá bella e stai bene, ma guarda che lá fuori, non é così, c’é gente come Beatrice e Alfredo, e tu di come vivono non sai un cazzo, e te lo voglio mostrare”.

Che dire, a me é piaciuto molto anche se la tematica mi ha toccato, anche nel profondo, per la sua crudezza. Il romanzo é tutto narrato dal punto di vista di Beatrice, ma c’é la versione intitolata “Alfredo”  narrata dal punto di vista di Alfredo, appunto, che non ho letto, anche se non so se me la sento di leggerla, almeno per il momento. 

Questo é il libro che ho letto in questa brevissima vacanza di mare, che mi é servita più che altro per rilassarmi e staccare. Rilassarmi fino a un certo punto perché immagino giá cosa mi aspetta e sto già in ansia, per cui dimenticherò questo relax tra pochissimo. 

Con ammmoooooore e pugni in faccia.

Cat.

Il viaggio parte dal cuore. Recensione de “Lo spazio tra le nuvole”

Ciao a tutti!!

Una delle cose piú liberatorie, belle ma anche brutali che si possano fare in fasi della vita, come quella che sto vivendo io, é quello di leggere libri che parlano di viaggio. Ti permettono di allontanarti con la testa dalla tua dimensione per proiettarti in un altro posto, in altre culture. Quando non puoi muoverti però é come infliggersi una condanna in modo del tutto gratuito.

E oggi vorrei proprio parlare di un libro di viaggi, o per meglio dire, di ricerca di sé, viaggi fisici ma anche interiori e lo faccio partendo da una persona che negli anni 90 ha partecipato tra i suoi protagonisti alla rivoluzione musicale della tv italiana.

Sto parlando di Camila Raznovich, volto storico e noto di quella che fu MTV Italia. Io devo ammettere che da piccola la invidiavo e avrei voluto essere lei. Faceva la Veejay (impiego che aveva lo stesso prestigio dei nostri attuali ” influencer”) in una rete che stava sempre più spopolando e che ha fatto storia per il taglio giovane e innovativo dei propri programmi, come si poteva non guardarla con una punta di invidia?

Dopo aver letto il suo libro, ho avuto modo anche di scoprire un lato personale di lei che non conoscevo,  e la cosa piacevole è il fatto che a parlarne é lei stessa, senza filtri, presentandosi così com’é, svelandosi attraverso i viaggi attorno al mondo da lei compiuti. Da questo punto di vista é stata una conferma perché mi é sempre parsa una persona abbastanza cristallina, per cui questo libro non smentisce ciò che ho sempre pensato. 

Non é facile per me creare un riassunto esauriente, e mi é dispiaciuto molto che me lo abbiano dato in prestito perché io credo che lo avrei sottolineato tutto, se fosse stato mio.

“Lo spazio tra le nuvole” di Camila Raznovich

Edito da Mondadori

Prima edizione Novembre 2016

180 pagine

Prezzo € 17,00

Ho voluto fotografare la copertina in mezzo a quelle che sono state le mie compagne di molti viaggi fatti, per rimanere in tema di quello che potrei perfettamente definire come un diario, un taccuino di viaggio, il classico quadernetto che metti nello zaino e che prende poco spazio, e che col passare del tempo diventa pure brutto ma proprio non riesci a trovare un suo degno sostituto e a buttarlo via.

Camila ci guida non solo attraverso i suoi viaggi in tre continenti, ma anche portandoci nella sua vita, in quella della sua famiglia multiculturale. Figlia di madre italiana e di padre di discendenza ebrea russa, entrambi vissuti per un certo periodo a Buenos Aires, Camila nasce a Milano e cresce sin da bambina in un ambiente famigliare che vede il mondo come la sua casa. Nessun confine, nessun attaccamento materiale agli oggetti, totale educazione all’apertura verso l’ignoto e il diverso, secondo quelli che sono gli insegnamenti di Osho nella comunitá in India dove Camila trascorre poi i suoi primi 10 anni con la madre e il fratello Martin.

Tornata nuovamente a Milano, passa la sua adolescenza frequentando il liceo Beccaria, che per chi non lo sapesse é un ambiente abbastanza “pettinato”. E lei, che non si sente fusa in esso e si sente come un’aliena, prova nuovamente quell’ impulso di andare via. A 17 anni, il suo primo viaggio da sola, una vacanza in Grecia che accende in lei sempre più il senso di libertá che solo lo zaino in spalla poteva darle. Partendo con delle domande in testa, la scrittrice ci porta in racconti di vita vissuta prima a Berlino, poi il ritorno alla scoperta delle sue origini in India e il periodo di lavoro a Londra per Mtv, lo “state of mind” vissuto tra i grattacieli di New York e la ricerca del suo io interiore nel sudest asiatico e attraverso Bolivia e Argentina, tra la povertá delle popolazioni locali che però le mostrano un forte senso di appartenenza al mondo e alla vita, senza i filtri e il materialismo occidentali. Il ritorno a quella che definisce “la sua base” a Milano, é sempre contrassegnato dalla risposta a tutti i suoi dubbi, e dall’arricchimento che solo il viaggio così, guidato solo dalla sete di conoscenza e dalla totale fiducia verso il mondo riescono a regalare.

La cosa bella di questo libro é proprio il fatto che non si parla di guida di viaggio con un elenco di posti da vedere, tour guidati e cose da fare. Nel suo taccuino di viaggio, Camila racconta la sua esperienza, ciò che ha visto, e le sue sensazioni in quel momento. E lo fa con uno stile cosí coinvolgente, che é come averla di fronte a parlarti di persona. La sua scrittura così semplice, ma immediata, diretta, ti fa entrare nelle emozioni che lei ha provato e prova, quella brama di essere sempre in movimento prende tutti almeno una volta nella vita. Camila si sente e si descrive come figlia del mondo, senza un’origine definita, un mondo che la abbraccia e la consola, la ascolta e la accoglie, la consiglia e la guida. 

É molto commovente il modo in cui lei parla dei suoi affetti, come si racconta in quelli che sono anche degli aspetti molto intimi e personali del suo animo, il viaggio per lei non significa allontanarsi da coloro che ama, ma tenerli ancor più vicini a sé. Attraverso aneddoti quotidiani, brevi “tips” e trucchi di chi é esperto del mestiere e la descrizione di scenari di pura bellezza, tra i piú favolosi al mondo, la cui descrizione é impossibile se non viene vissuto tutto con la propria pelle, ogni lettore é portato in viaggio con lei in questo libriccino fino all’ultima pagina. 

Mi é piaciuto molto, come dicevo lo avrei sottolineato praticamente tutto se non fosse che me lo hanno prestato, lo consiglio a tutti perché chiunque almeno una volta nella vita si é ritrovato a dover ragionare sulla propria esistenza e sulla strada da prendere, e lo consiglio ovviamente a chi ama a dismisura viaggiare, perché sicuramente troverá un pezzo della propria anima tra le pagine.

Con ammmmore e wanderlust.

Cat