Perdere tutto, andare via, ricominciare e rinascere. Recensione di “Sono sempre io”di Jojo Moyes

Ciao a tutti!!!

Stasera sto prendendo ispirazione da un bel temporale e dal fatto che sono tutti a letto (alleluia) per scrivere due righe sull’ultimo capitolo della storia di Louisa Clarke, la nostra eroina romantica conosciuta con il best seller “Io prima di te” e che avevamo lasciato con una scelta sul suo futuro alla fine di “Dopo di te”

Vorrei tanto dire che probabilmente le vicende della nostra protagonista finiscono con questo terzo capitolo, ma ho trovato l’ennesimo finale aperto (dannati finali aperti!) per cui, dobbiamo aspettarci un quarto capitolo? Non lo so.

Alla fine del secondo libro, Louisa viene contattata da Nathan, che le trova un lavoro come “dama di compagnia” per Agnes Gopnik, la moglie di un uomo facoltoso e rilevante dell’ ambiente bene di New York. Dopo un momento di indecisione iniziale e di tristezza per dover lasciare il suo nuovo amore Sam, la ragazza parte e improvvisamente si ritrova lontano da casa e in un ambiente totalmente differente da quello in cui ha vissuto fino ad allora, tra feste opulente, abiti scintillanti e appartamenti lussuosi, nella mondanità dell’ Upper East Side. All’inizio viene quasi abbagliata da tutto questo, e chi non lo sarebbe? Agnes, poi, bisognosa del suo aiuto per potersi far accettare dalle mogli ostili e sofisticate dei colleghi di suo marito, nasconde il suo carattere capriccioso e irascibile illudendo Lou di essere sua “amica”, dimostrando poi di lì a breve quanto questo sia lontano dalla realtà.

A Lou non resta che fare buon viso a cattivo gioco, sempre con il sorriso e con il suo stile stralunato. Insieme alla bisbetica vicina di casa di Agnes, la signora Margot De Witt, e al portiere Ashok e alla sua colorata famiglia, riuscirà a trovare se stessa, capire cosa vuole fare della sua vita, e capire se Sam, con cui intanto ha avuto varie discussioni (mantenere un amore a distanza é sempre una faccenda molto delicata e problematica) sarà al suo fianco nelle sue scelte oppure no.

Il finale non ve lo racconto, per cui mi fermo qui. Vi dico solo che lascia spazio a una possibile continuazione, chissà. Sarò ripetitiva, ma io avrei preferito di gran lunga un finale concluso. Del resto la storia poteva benissimo concludersi così: é iniziata con il primo libro, dove Lou viene letteralmente scardinata da una sua routine di vita grazie all’incontro con Will. Dopo la sua morte, la vita della protagonista non é più la stessa, il secondo libro infatti é incentrato sull’elaborazione del lutto per la perdita dell’uomo amato. Quando tutta la situazione sembrava essersi trasformata in positivo, con un nuovo amore, ecco che di nuovo si stravolge tutto e Lou viene portata lontano da Sam. Dovrà quindi meditare su se stessa, sul rapporto con le persone amate, perché la lontananza mette in discussione non solo un rapporto d’amore ma anche i suoi affetti familiari, che vedono la trasformazione della ragazza, ma se da un lato ne sono fieri, dall’altro sono timorosi che questa diventi “altro”, qualcosa che non ha più a che fare con la vita tranquilla della campagna inglese la quale non ha di certo nulla in comune con le luci della Grande Mela.

Nonostante la sua maturazione, poi, Lou rimane comunque fedele al suo animo buono e generoso. L’incontro con la signora De Witt, che in più modi la salva da una situazione di crisi, é un fattore cruciale del romanzo, e viene naturale trovare in questo rapporto tra le due una similitudine con Will.

Will, in questo terzo capitolo, viene richiamato alla memoria molto più che nel secondo. Il lutto ormai é stato elaborato, Lou ha imparato ad accettare la perdita del suo amato, e ora é pronta per renderlo fiero di lei, prendendo delle scelte nella sua vita proprio come lui le ha chiesto di fare. Questo ovviamente non é facile, non é facile per nessuno ricostruirsi pezzo per pezzo partendo da zero, e per giunta lontano da casa.

” Pensai a quanto sei influenzata dalle persone che ti circondano e a quanto, proprio per questo motivo, devi sceglierle con cura, e poi pensai al fatto che, nonostante tutto questo, forse alla fine devi perderle tutte per trovare veramente te stessa.”

É un libro di rinascita che però abbandona il tono drammatico, si fa leggere molto volentieri, nel puro stile fresco e leggero della scrittrice inglese, capace non solo di regalare un sorriso con il suo modo di scrivere, ma anche di toccare temi molto complessi, come appunto la perdita di una persona cara, gli affetti familiari, le difficoltà che ci possono essere in un rapporto d’amore, senza mai perdere il tono lieve e solare.

Consiglio molto la lettura, é stato il primo libro in carta che sono riuscita a leggere dopo la nascita del mio mostrino, e sinceramente ammetto di averci messo anche troppo tempo a leggerlo, normalmente ci avrei messo giusto una settimana.

Tornare qui a scrivere è stato un gesto molto complesso, per me, perché la stanchezza mi rende la testa poco propensa ad impegnarmi in qualcosa che non sia la normale routine quotidiana di una mamma. Ma mi sono imposta di trovare degli spazi per me. Anche io come Lou dovrò in un certo senso ricostruirmi, di nuovo, ho chiuso un capitolo della mia vita in cui ho fatto cose che non rimpiango e di cui non mi pento e che mi hanno formata, sono diventata mamma, e ora da qui devo ricominciare, anche se sinceramente non so ancora come e quando. Ma sono fiduciosa che andrá comunque tutto bene.

“…Ah, tutte queste sciocchezze sulle donne che possono avere tutto. Non l’abbiamo mai avuto e non l’avremo mai. Siamo sempre noi a dover compiere le scelte difficili. Ma c’è una grande consolazione nel fare semplicemente qualcosa che ti piace. ”

Con affetto e mega muffin (Lou li mangia nei diner….mi sono venuti in mente quelli di New York, spettacolo puro!!)

Cat

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Un elogio della libertà di stampa a ogni costo. Recensione di “The Post”

Ciao a tuttiiiiiiiiiiiii!!!

Cavoli, ma io non scrivo qui da un sacchissimo di tempo! Tra l’altro voi non lo sapete, ma qui mentre scrivo l’orologio segna le 23.57 e prego che Puzzolo non si svegli nel frattempo.

Ragazzi che fatica, ma di me vi parlerò spero a breve in un post apposito in cui vi annoio un po’ con i fatti miei.

Per il momento invece voglio limitarmi a dirvi che finalmente dopo svariati mesi io e Topo siamo riusciti a tornare al cinema a vederci un film. E che film!

E come potevo non parlarvene? Ecco cosa penso di “The Post”

Diretto da Steven Spielberg e interpretato egregiamente da Meryl Streep e Tom Hanks, il film tratta delle vicende che vedono protagoniste le redazioni del New York Times e del Washington Post quando nel 1971 hanno deciso di pubblicare le rivelazioni contenute in quei documenti top secret noti come Pentagon Papers, 7000 pagine date clandestinamente alla stampa e in cui trapelava la verità sulla guerra del Vietnam. Mentre i vertici del governo Nixon dicevano, con la loro bella faccia di tolla, che la guerra stava andando benissimo, le testate nazionali li sputtanavano con quello che di fatto era la realtà, ossia non stava andando niente bene, e il Vietnam era diventato una missione omicida e quindi una tomba per i figli d’America che erano partiti. Ovviamente potete immaginare come la prende il governo, scatta un’indagine e finiscono tutti davanti alla Corte Suprema, che inaspettatamente si schiera dalla parte della stampa.

Questo é il riassunto breve del film, non vi ho spoilerato nulla perché questa é storia per cui é tutto noto.

Anzi, prima della visione del film vi consiglio proprio di andare a leggervi cosa é successo e di cosa sta parlando, perché il film parte in tromba nel vivo della storia e se non ne avete mai sentito parlare effettivamente potreste sentirvi confusi. Io non ho letto la storia, ma non molto tempo fa ho letto su Vanity Fair (numero 48 del 2017) l’intervista fatta a Meryl Streep in occasione dell’uscita del film, per la quale é anche candidata come Miglior Attrice. Il giornalista che ha curato l’ articolo ha deciso di arricchirlo con un breve riassunto sulla vita di Kay Graham impersonata appunto dalla Streep, e farlo poi seguire dall’intervista.

Per l’articolo del Vanity Fair, vi rimando al seguente link

Intervista a Meryl Streep, Vanity Fair num. 48

Ma torniamo al film.

Spielberg ha ripreso le vicende già trattate da Pakula nel film “Tutti gli uomini del presidente” , ma ha deciso di dare maggiore spazio al ruolo della Graham, che non era solo un personaggio di sfondo. É anche grazie al coraggio di questa donna a capo del Washington Post se si decide di pubblicare, nonostante tutto, materiale così scottante e pericoloso per la sicurezza nazionale.

Kay Graham, così come il suo caporedattore Ben Bradlee (interpretato da un egregio Tom Hanks) decidono di sfidare il governo, prendendosi tutti i rischi, pur di promuovere la libertà di stampa. Nel film comunque trapela anche una motivazione guidata dal volersi affermare come testata: per il Washington Post, che in quel periodo viene quotato in Borsa e viveva allora un periodo economicamente traballante, vincere questa battaglia legale equivaleva a un ritorno considerevole di valore, e quindi potere monetario non da poco (quindi diciamo che non lo si faceva solo in onore di alti valori di libertà e rispetto di quei poveri disgraziati che venivano fatti saltare in aria dai Viet Cong).

Come dicevo, Meryl Streep e Tom Hanks in questo film sono fenomenali. Riescono a mischiare le peculiarità tipiche del loro modo di recitare in quelle che sono le personalità che interpretano. Quindi va da sé che io il prossimo 4 Marzo alla notte degli Oscar tiferò per la Streep anche se come rivale ha una pericolosissima Margot Robbie con la sua interpretazione di Tonya Harding (sono curiosa di vedere anche lei).

Ho apprezzato molto che il film non fosse incentrato soprattutto sull’aspetto di questa donna che nonostante il ruolo di potere viene messa in un angolo dal suo entourage maschile. L’ho apprezzato perché non é di una lotta di paritá di genere che si sta parlando, ma di altro. Probabilmente altri registi avrebbero concentrato le scene sull’afflizione della poveretta nel capire che strada prendere, io ho apprezzato che non ci si concentrasse su questo aspetto che a mio parere l’avrebbe resa l’ennesima donna apparentemente forte ma in realtà debole, emotiva e pressata da un sistema guidato soprattutto dal testosterone. Sempre grazie a Vanity Fair ho scoperto che la Graham era una donna con due palle d’acciaio, che non credo avrebbe apprezzato che si parlasse di lei in modi differenti da come realmente é.

Spielberg ha deciso che sì, la Graham é una donna che si muove soprattutto in un mondo maschile e che ha un ruolo che si trova a coprire malgrado la sua volontà (la proprietà del Post era stata lasciata da suo padre a suo marito e si ritrova in mano a lei dopo la morte di quest’ ultimo, tant’è che sembra anche quasi infastidita da questo) ma non é da sola a fare l’eroina di fronte a questa situazione, ma fa parte di un gruppo di persone ed insieme fanno delle scelte, facendosi carico ognuno di ciò che queste potrebbero comportare. Spielberg stesso, per intensificare tutto questo, decide che il film doveva essere girato in fretta, in pochi giorni. Uno spazio particolare é dato al processo narrativo che si concentra sui puri fatti, sui dialoghi. Girando in filigrana (che adoro, rende l’idea dei tempi di cui si parla), l’attenzione va anche a quello che comportava il processo di stampa, un processo lungo e laborioso che oggi con le nuove tecnologie é andato perduto. Il film e una dichiarazione d’amore al giornalismo vero, non fatto da tweet e fake news, ma ha il sapore dell’ inchiostro e carta, fatica e responsabilità dei giornalisti. Tutto scorre attraverso le rotative, ed era lì che la storia si faceva, giorno dopo giorno.

Personalmente avrei tanto voluto fare la giornalista negli anni 70.

Per concludere, a me é piaciuto molto, mi sono goduta questo film dopo mesi che non andavo al cinema anche se oggi causa maltempo mi sono ritrovata la sala piena e me lo sono visto in quarta fila (praticamente ho visto la Streep in 3D).

Con ammmmmore e questo é il primo post del 2018, bellezze!

Cat

Cambiamenti di pelle

“Nessuno stato é così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro quanto l’essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metá e mai più sará intera”  (Erica Jong)

 Ciao a tutti!

Questo post che vedete datato a oggi é stato aperto giorni e giorni prima. É frutto di rimandi di settimane, un po’ per stanchezza, un po’ per sonno arretrato (tanto sonno arretrato) e un po’ perché dallo scorso due settembre alla fine é cambiato tutto. 


Il mostripuzzolo si é mostrato al mondo, appunto, lo scorso due settembre, alle ore 13.14, dopo infinite ore di travaglio e dolori vari. É un bimbo bellissimo (assomiglia a me ehehehe) e con un carattere abbastanza docile, tranne quando ha fame…credo che coltivi dei veri e propri istinti matricidi in quel momento, perché si incazza di brutto.

E nulla, é cambiato tutto.

Cambiamenti di cui nessuno ti parla, nemmeno ai vari corsi preparto.

Non so se il fatto che non se ne parli sia un bene o un male. Diciamo che l’impatto é forte, chi tra i miei lettori é giá genitore sicuramente capirá di cosa parlo. 

Cambia tutto. Cambiano i ritmi, praticamente le giornate sono completamente dedicate ai bisogni di uno scricciolino di mezzo metro. Col tempo ovviamente si prende una certa routine, quelle notti in cui riesci a dormire cinque ore consecutive ti svegli riposato come se fossi appena tornato da un crociera ai Caraibi. 

Lo scricciolino in breve tempo passa dall’essere un fagottino d’amore pressoché innocuo al diventare il più spietato dei dittatori. Monopolizza le tue ore, le tue giornate, ti trapana il cervello con urla a migliaia di decibel anche in piena notte, gestisce la tua esistenza e se decide che non si può uscire più perché lui si indispone, fidatevi, non si esce più. Per questo non credo a tutte quelle persone che prima della gravidanza se ne escono con esortazioni tipo ” No ma io anche col bambino, farò la STESSA VITA DI PRIMA”

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA GIA’…CERTO…CREDICI!!!
Per cui davvero, non credete a queste persone. Si torna a fare la vita di prima (perlomeno, me lo auguro) ma sicuramente non subito. Ma se tra i miei lettori ci fosse qualcuno che assolutamente non ha avuto alcun problema a continuare la sua esistenza abituando il proprio figlio ai suoi ritmi, è invitato a lasciarmi un commento qui sotto con la propria ricetta segreta, perché io non so davvero come si fa.

Chi leggerá sicuramente sarà abbastanza incerto, perché sembra quasi che io voglia trovare solo lati negativi. Assolutamente non é così. Un figlio ti cambia la vita, personalmente mi sono riscoperta più matura, completa, consapevole delle mie potenzialitá femminili, come mamma e come donna, mi sono scoperta rafforzata. Al corso preparto dicono che questo stato mentale sia comune in quasi tutte le donne, proprio perché riescono a superare il parto.

Il parto…

….del mio parto non ne voglio parlare. Dei dettagli, nemmeno.

É stata un’esperienza allucinante che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. E spero che il mondo sia fatto di donne che hanno avuto l’estrema fortuna di non avere lo stesso tipo di parto, altrimenti non si spiega come non abbiamo potuto estinguerci da tempo, e questo perché una volta subìto un parto come il mio, ce ne vuole di coraggio a farlo una seconda volta.

Io al momento me ne guardo bene, ancora faccio incubi in cui sento le urla e il dolore.

Seriamente non ne voglio parlare per non urtare gli animi più sensibili. Non si partorisce come ho partorito io, di solito. 

Sono fortemente grata a Topo per essermi stato accanto tutto il tempo, non credo che avrei potuto farcela senza di lui. Pochi uomini avrebbero avuto la stessa forza e lo stesso stomaco per poter starmi vicino. 

Dopo il parto, argomento che io ora cambierei per evitare di stare male, l’incubo é continuato nel reparto neonatologia. 

Ho passato ben cinque giorni in un reparto in cui dovrebbero lavorare delle persone calorose e materne, in realtá ho avuto a che fare con delle persone frustrate, fredde e sadiche per certi versi. Roba che di notte non si dormiva (perché ovviamente il bambino non dorme) e quando magari si riusciva a prendere sonno (all’alba) entravano in camera a svegliarti. Ho provato a essere letteralmente buttata giù dal letto senza la benché minima delicatezza anche alle 5 del mattino. In tutto questo sono stata anche perseguitata sulla questione dell’allattamento. Io purtroppo non ho potuto allattare. Non avevo latte. Per cui ho dovuto praticamente da subito appoggiarmi all’aiuto del latte artificiale perché in qualche modo dovevo pur sfamare mio figlio. La cosa, ovviamente non é stata accolta bene dalle infermiere del reparto. Probabilmente abituate a donne “capricciose” che decidono di non allattare per motivazioni futili come l’estetica del proprio seno o il voler rientrare subito al lavoro, non credevano alle mie parole perché convinte dai loro studi che tutte le donne possono allattare.

Beh…non é così. Non é così perché altrimenti io sarei un caso di studio. 

E personalmente non credo nemmeno a quei servizi di supporto all’allattamento, perché é un fattore di ormoni e di un delicato equilibrio che può essere compromesso o alterato in caso di forti stress o traumi. E io di trauma ne avevo avuto uno bello forte con il parto e con le immense ore di travaglio da me subite. Per cui no, non credo che un qualsiasi  consulente pseudo esperto possa risolvere questo problema e l’opposizione del corpo a innescare il meccanismo alla base dell’allattamento.

Quando non puoi allattare, oltre a essere da subito marchiata come una madre di serie B, sei circondata da un folto gruppo di persone che si sente autorizzato a consigliarti su come risolvere questo tuo deficit. Ovviamente, tutto questo non fa che aumentare la tua frustrazione personale. L’unica cosa che vuoi é dare da mangiare al tuo bambino, che col passare delle ore diventa sempre più irascibile, e i suoi pianti per la fame che diventano sempre più forti ti trapassano l’anima. Sapere che il tuo corpo si oppone a questa cosa naturale che senti di voler fare, é paragonabile al dolore che una donna prova a sapere di non poter avere dei figli. La motivazione é differente ma il dolore é identico. 

Una volta passati quei giorni di inferno, e tornati a casa, mi sono scontrata con la realtá fatta sempre di insonnia e ritmi pressoché identici, e mi sono ritrovata anche travolta dai vari picchi ormonali (questi ormoni stronzi) che, non lo nego, nei momenti di forte stanchezza mi hanno fatto anche dubitare sulle mie scelte. Non lo nego, e non me ne vergogno, perché quando la stanchezza (tanta stanchezza) si fa sentire, e in piena notte, nel silenzio, inizi a pensare a come era prima, alle dormite che facevi, al tempo che avevi per te, che ti chiedi come potevi un tempo pensare di lamentarti della mancanza di tempo quando in realtá di tempo ne avevi in quantitá infinita. 

All’inizio una simile reazione é normale, poi col tempo e col passare delle settimane passa tutto. Anche perché non ti viene nemmeno in mente di pensare piú a come era prima, perché il tuo ora é veramente figo. Quando tuo figlio inizia a sorriderti, o a vederti, o si incanta a fissare il tuo volto, o ti si accucciola sul tuo petto e si addormenta, é veramente figo. Lo hai fatto tu e ha quel bel profumo di bimbo, é veramente figo. 

Per cui sono sparita per giorni, settimane, più di un mese, da questo blog, ma sono tornata sdoppiata, raddoppiata, arricchita, completa.

E come tutti i forti cambiamenti nella vita, sento che la strada che ho intrapreso fino ad ora, mi ha regalato questa cosa, che é veramente bella. Impegnativa, ma bella.

Non posso dire di annoiarmi, va. 

Con ammmore e rigurgitini vari.

Cat

Ps: mostripuzzolo alias Lorenzo ha compiuto un mese lo scorso 2 Ottobre. Questo post doveva uscire per quel giorno ma lui ha deciso che dovevo dare precedenza ai suoi biberon. Per cui nulla, prendetevela con lui. 

Le immense cazzate che si fanno per il troppo amore. Recensione de “Il libro dei Baltimore” di Joël Dicker

A volte succede che il troppo amore, combina dei grandi casini. Succede che vorresti proteggere le persone a cui più tieni, proteggerle persino da loro stesse, e questo procura dei danni incalcolabili, ulteriori problemi che arrivano persino a spaccare intere famiglie e rovinare vite.

Perché in fin dei conti non si può proteggere nessuno mai completamente, nemmeno un figlio, nemmeno un genitore. 

E da questo voler proteggere e preservare i fasti e l’apparenza, si muove la trama del romanzo di Joël Dicker, per il quale sono partita un tantinello prevenuta, e che mi ha dato un po’ da fare per poterlo portare a termine.


Edito da La Nave di Teseo, e uscito a settembre 2016, é un libro che si compone di ben 587 pagine, ma per il semplice fatto che come al solito il carattere é grosso e la scelta commerciale cade sempre su questa impaginatura con i bordi larghissimi, che non stanca la vista, ma ti porti dietro in borsa questi tomi giganteschi che pesano tantissimo!!!

A parte questa scelta, Dicker sviluppa un romanzo con un ritmo costante, e i lettori di “La veritá sul caso Harry Quebert” rimarranno un pochino incerti, almeno all’inizio, perché se si erano abituati ai costanti colpi di scena del primo libro,  devono far fronte a un altro tipo di scrittura, più lenta, più descrittiva,  che secondo me si sposa anche bene con la trama.

Trama che si sviluppa tra il 1969 e il 2012, per portare alla luce le vicende dei Goldman di Baltimore. Torna di nuovo lui, Marcus Goldman, il cui obiettivo é ricostruire la storia della parte a lui più cara della sua famiglia, quella di suo zio Saul, sua zia Anita e i suoi cugini, Hillel e Woody. Tramite il potere quasi “taumaturgico” della scrittura, Marcus ci parlerá delle origini, di qundo il padre e suo fratello Saul erano giovanissimi, del legame tra di loro e con suo nonno Max, e ci mostrerá come questo legame a tratti conflittuale e controverso, sia quasi un tratto genetico che si riflette poi sulle vite di Hillel e Woody. 

Il fine di tutto il romanzo, a mio parere, é dimostrare come anche nelle migliori famiglie, dove tutto sembra perfetto, in realtá si nascondono rivalitá piú o meno profonde e segreti inconfessabili, che una volta portati alla luce possono creare danni irreparabili. E Marcus ci dimostra come tutto sia causato dall’amore, che unisce le persone ma che spesso succede che questo, se esasperato, le porti a separarsi per sempre. La vita dei Goldman di Baltimore (distinti dai Goldman di Montclair a cui Marcus fa parte) segue una parabola discendente, dal lusso e dagli agi di un’esistenza fatta di belle case e ricchezza in Florida e negli Hamptons, si passa in pochi anni allo sgretolamento di tutto, complice il giorno della Tragedia, un evento misterioso al lettore e che non viene svelato fino agli ultimi capitoli. Marcus, che fino ad allora aveva avuto profonda ammirazione e stima nei confronti dei suoi cugini e dei suoi zii, man mano che racconta le loro vicende capisce, a distanza di anni, che quella patina di perfezione che ricopriva le loro vite in realtá era solo apparenza. C’ é quindi anche una sorta di maturazione di Marcus stesso, che da narratore, alla fine raggiunge una sorta di crescita e consapevolezza: lui che da giovanissimo aveva quasi disprezzato i suoi genitori per non essere riusciti a raggiungere quello che i suoi zii avevano, capisce che in realtà dietro la loro vita modesta c’era anche la scelta di una maggiore tranquillitá familiare, fatta di lavoro, ma anche di scelte sagge e ponderate, per evitare quel declino che invece aveva colpito Saul e la sua famiglia, portandoli ad azioni avventate,guidate dall’orgoglio e da una certa mania di grandezza, le cui conseguenze raggiungono danni di una portata inimmaginabile.

Quella magnifica superiorità che li faceva ammirare istintivamente. Non suscitavano gelosie: erano troppo ineguagliabili per essere invidiati. Erano stati benedetti dagli dei. Per molto tempo pensai che non gli sarebbe mai successo niente. Per molto tempo pensai che sarebbero stati eterni”

Prima vi dicevo che questo romanzo mi ha dato un tantinello da fare. Effettivamente sono partita prevenuta perché ho iniziato questo libro mesi fa, subito dopo aver letto “La veritá sul caso Harry Quebert” che mi ha letteralmente stregata per i suoi continui colpi di scena, e mi aspettavo un altro romanzo uguale, invece non solo é completamente opposto, ma richiede anche un certo impegno per seguire tutta la ricostruzione storica delle vicende famigliari raccontate, e non nego che spesso mi ha annoiata. Per questo vorrei dare anche la colpa alla traduzione italiana, che tende a ripetere i nomi più volte nello stesso paragrafo. Col risultato che a volte sembra di leggere una scenografia cinematografica iperdettagliata. 

Ovviamente si arriva a un certo punto in cui la narrazione si fa più veloce e incalzante, ma bisogna anche aspettare più di 40 capitoli per arrivarci, e con la mia gravidanza in corso diciamo che sono stati 40 capitoli intervallati da svariati pisoli pomeridiani (quando te cala la palpebra, c’é poco da fare).

Però sono riuscita a giungere alla fine ed é un romanzo che consiglio, e che mi é piaciuto, prima di tutto perché dimostra come Dicker sia in grado di spaziare tra diversi ritmi e storie, creando due romanzi che in realtá sembrano scritti da due persone completamente differenti. E poi perché é molto interessante anche l’impianto narrativo, questo continuo salto temporale tra presente e passato, anche se avrei aggiunto qualche colpo di scena in più. Ripeto, é molto meno avvincente del primo romanzo, ma il tema di una saga familiare dove opulenza, giovinezza e nostalgica eleganza si intrecciano negli anni, conquista comunque il lettore. 

“Molti di noi cercano di dare un senso alla propria vita, ma la nostra vita ha un senso solo se siamo capaci di raggiungere questi tre traguardi: amare, essere amati e saper perdonare. Il resto é soltanto tempo perso”

Con ammmmoooore e taumaturgiche narrazioni (il termine taumaturgico é stupendo, passerei giornate intere a ripeterlo, giuro)

Cat

Meno 7 giorni. La ricerca della felicitá.

Con oggi entro nella 40esima settimana.

E con oggi entro anche in uno stato crescente di ansia che non si può spiegare a parole.

In questo momento sto guardando “La ricerca della felicitá” in tv.

Difficile per me pensare a una vera e propria ricerca della felicitá ora, perché l’angoscia copre piú o meno tutte le altre emozioni.

Non dormo bene. Non molto. Sono stanca. Appesantita. Con l’aciditá di stomaco costante.

Ho una paura boia.

Sul gruppo Whatsapp (dannati gruppi whatsapp…) tutte le altre mamme che hanno frequentato il corso premaman come me hanno giá partorito o stanno per partorire. Chi ha giá partorito, ha addirittura parlato degli immani dolori del parto. Effettivamente, ne sentivo quasi il bisogno. Quasi quasi adesso mi guardo anche un paio di puntate di “24 ore in sala parto” così…perché sono masochista e sadica…

Le altre mamme ancora in attesa, come me, semplicemente non scrivono sul gruppo. Forse nemmeno leggono i messaggi, dal mio punto di vista a questo punto fanno bene.

Di questi giorni appena trascorsi trovo poco da raccontare perché faccio fatica a fare qualsiasi cosa, anche fare una semplice passeggiata. E la cosa mi demoralizza e sfianca, io non sono mai stata così. In più il periodo non aiuta: Milano é un mortorio assurdo, questo agosto che non vuole finire con il caldo che piega qualsiasi cosa sta diventando il mio personale inferno. E non ho vie di fuga o modi per combatterlo, devo stare qui a “covare” e aspettare che finisca.

Tutti parlano del momento del parto come un insieme di emozioni incontrollabili, la vita che si realizza sotto i tuoi occhi. E quest’angoscia che provo ora ho paura che possa rovinatre tutto. Che io possa essere troppo oscurata dal dolore per realizzare ciò che veramente sta succedendo. 

Perché in questi 9 mesi, vedi la pancia che cresce e un piccolo inquilino che si muove dentro di te, ma non lo realizzi, che quel bambino prima o poi te lo ritroverai in braccio e ti dará un gran bel daffare, non lo realizzi finché non nasce, e ho l’angoscia di non essere in grado nemmeno in quel momento.

Ho paura di diventare la classica mamma stanca e spaventata dal gravoso compito, succube dei mille consigli che arriveranno in quel momento da tutti, il cui compito é solo quello di accudire, allattare e cambiare pannolini, e che perderá totalmente la sua identitá. 

Ho l’ansia.

Credo che si legga nelle mie parole.

Non so, non credo, che vorrei tornare indietro.

Ma so che molte cose sono cambiate. Tante. Troppe. Se ci penso mi gira la testa da come tante cose sono cambiate. E tutti i giorni devo ripercorrere quello che é stato e quello che sono diventata in questi mesi per trovare il mio personale centro di gravitá che mi tenga a terra e non mi faccia sbandare. Per non mancarmi, per non sentirmi persa in tutto questo.

Io sono sempre io. Forse. Credo.

Ma una parte della vecchia me é morta, in un certo senso, per trasformarsi in altro, di cui ancora non ho coscienza.

E non vorrei sentire troppo la mancanza di quello che ero. 

Credo che ora sia meglio chiudere questo post, perché sto diventando lagnosa e nostalgica.

Possiamo dare la colpa agli ormoni, dai.
“...se hai un sogno devi proteggerlo. Se vuoi qualcosa, vai e prenditela. Punto.”



Esilarante e delicato allo stesso tempo. Recensione de “Le mamme ribelli non hanno paura” di Giada Sundas

Ciao a tutti!!

A casa mia siamo quasi pronti. 

Ho montato il trio (o meglio, Topo ha montato il trio, io stavo a guardare) e lo stesso giorno preso da un raptus papineccio ha montato pure la culla e il fasciatoio.  Il tutto condensato nello spazio di un bilocale, vi lascio quindi immaginare che razza di manovre dobbiamo fare in casa (stile Pozzetto…sposta il trio ed ecco la cucina, TAAAAC, fai scivolare la culla e compare un comodino TAAAC). 

In teoria saremmo pronti. Tranne la sottoscritta, che a 5 settimane dal termine delegherebbe l’infido compito del parto al primo che passa per strada. Ho fatto il controllo con l’anestesista che mi ha dato il via libera per fare l’epidurale. Ora mi mancano solo l’aiuto del pubblico e la possibilitá di chiamare a casa e posso benissimo essere la prossima partecipante a “Chi vuol essere milionario”. La valigia é pronta, mancano solo i barbiturici e sono pronta a partire!!!

Mentre me ne sto arenata sul divano (o su qualsiasi superficie morbida a disposizione in casa mia) aspettando l’ingresso nei 9 mesi (potere del panico, vieni a me!!), ho avuto modo di leggere quello che potrei benissimo definire il libro più esilarante che io abbia mai letto negli ultimi mesi.

Avviso i lettori : alto rischio di risata violenta, se siete gravide e a termine potete farvela sotto.


Come potete vedere in foto, é edito da Garzanti. Mi é stato regalato da mio fratello per il mio compleanno, e l’ho divorato in una settimana circa. 

L’idea nasce dalla pagina Facebook della scrittrice. Da un “piccolo” gruppo di circa 300 follower (avercelo io, ‘sto piccolo gruppo sul blog) la sua pagina attualmente ha raggiunto più di 25 mila seguaci e il libro in poco tempo é arrivato alla quarta ristampa oltre che essere diventato un fenomeno di passaparola tra gravide e non. Niente male per una scrittrice che é alla prima esperienza editoriale ed é veramente giovanissima.

Il libro é una sorta di diario che vede Giada in prima persona alle prese con le gioie e i dolori della maternitá, e lo fa con l’ironia che caratterizza la sua persona, mettendo su carta i suoi pensieri e alcuni momenti di vita così come li racconeterebbe, senza costruire un linguaggio articolato, ed é proprio da questo che nasce il lato comico che strappa a tutti un sorriso. Ci sono dei momenti veramente esilaranti che vedono due neogenitori alle prese con la cura di una bimba che tanto angelica non é e che di fatto ne combina di tutti i colori. 

In questo libro, veramente molto divertente ma anche commovente, la figura della mamma é trattata con molta umanitá, semplicitá e humour. Giada é una mamma “ribelle” in mezzo a tante mamme ribelli che però nascondono di esserlo perché in questa societá devi sempre dimostrare di essere una mamma perfetta altrimenti ti puntano tutti il dito contro (lo so bene anche io, che appena scoperto di essere incinta ho pianto due giorni, quale abominio!!! Avrei dovuto fare le capriole all’indietro come quelle della pubblicitá del Nuvenia!!!). 

 Lei stessa si definisce portatrice di un movimento che ha il fine di smascherare l’omertá che sta dietro la figura materna, il voler sempre celare quelli che sono i tanti lati spiacevoli o negativi della maternitá, che può essere un punto di partenza di una nuova vita, ma come dice lei può essere anche una grandissima rottura di palle. Non c’é nessun idillio nel ripulire la pipì per tutta la casa dopo che il pargolo ha deciso volontariamente di rifiutarsi di mettere il pannolino, o nello svegliarsi 3 volte a notte per soddisfare quelli che sono semplici capricci. E soprattutto, non ci dovrebbe essere nessuna vergogna nel doverlo ammettere, che prima di essere genitori siamo umani con una sana idiosincrasia per determinati sacrifici che la genitorialitá ti impone. 

Il messaggio alla base del libro é che appunto non bisogna avere paura di sbagliare, e di seguire il proprio istinto nel costruirsi una propria figura materna al di lá degli stereotipi e dei dogmi che si cerca di inculcare nelle donne. La mamma perfetta non esiste, ma imparando e sbagliando prima o poi qualcosa di giusto riesce a combinarlo e se ci mette l’amore per il proprio figlio, anche se l’infante decide di rotolarsi per terra urlando perché vuole fare i capricci, tutto si supera. Nonostante la stanchezza e tutte le difficoltá del caso. 

Ve lo consiglio, faccio come fanno le altre mamme per cui lo consiglio come regalo a tutte le vostre conoscenti in gravidanza, anche se é un libro che si può leggere a prescindere dall’avere dei figli o meno, mi sento di ritenerlo più indicato a chi é nella stessa situazione della scrittrice. Perché magari sta nel panico al solo pensiero di quello che la attenderá. 

La natura ha donato alla donna la consapevolezza della sofferenza, ma anche buone ragioni per sopportarla, e il riverbero infinito di un calcetto nella pancia é davvero una buona ragione”

Con ammmoooore e calzini rossi e bianchi (non sono adorabili??)

Cat

Dieci minuti per cambiare. Recensione di “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale

Nella filosofia del mindfulness, molto in voga al giorno d’oggi, si consiglia di sentire 3 suoni differenti, toccare tre oggetti differenti e osservare attentamente tre cose differenti ogni giorno, al solo fine di rimanere ancorati al tempo presente e sconfiggere così eventuali stati d’ansia e di disagio interiore.

Vi dirò, a me questa filosofia intriga non poco, troppo spesso siamo sempre di corsa e ci sembra che il tempo non sia mai sufficiente e letteralmente ci scivoli via dalle mani, e questo ci fa rabbia, perché abbiamo sempre un sacco di cose da fare, giriamo come trottole e non riusciamo mai a stare dietro a tutto.

Solo che non é così semplice da mettere in pratica. Insomma, richiede concentrazione, dedizione, dovremmo dedicare il giusto spazio per decomprimere lo stress, e respirare.

Eppure, dieci minuti al giorno, per esempio, non dovrebbero essere così difficili da trovare….spendiamo molto più tempo cazzeggiando sui social network, per esempio. 

Su questi dieci minuti e sulla volontá di rinascita, Chiara Gamberale ci regala il diario di un mese della sua omonima protagonista.


Come vi dicevo, la protagonista é Chiara, una donna che si ritrova in una fase della sua vita in cui tutto le é palesemente crollato addosso. Il marito l’ha lasciata per l’ex collega, la sua rubrica per il giornale per cui scrive é stata cancellata e si ritrova sola e confusa in un appartamento di Roma, che non ha mai sentito suo e da cui vorrebbe fuggire.

La sua psicanalista, che ormai la segue nella sua ossessione per il compagno e che cerca di farla guarire dai costanti sensi di colpa che lei si riversa addosso, la invita a fare un gioco: dedicare dieci minuti al giorno tutti i giorni per un mese a fare delle attivitá mai svolte. 

Chiara, capendo di non avere nulla da perdere, accetta la sfida.

Una sfida che la porterá ad aprire se stessa a nuove opportunitá, nuove persone, situazioni riflessive ma anche molto divertenti, che le faranno tornare il sorriso e la capacitá di credere in se stessa e di rinascere dalle sue ceneri.

É un romanzo molto carino, sviluppato sotto forma di diario, racconta appunto giorno per giorno le varie attivitá che Chiara decide di affrontare. Essendo lei molto recidiva al cambiamento, cominciare a dedicare del tempo a cose differenti é veramente molto difficile.

Personalmente ho trovato la protagonista abbastanza fastidiosa. É un costante riflettere sui lati negativi di un’esistenza a cui di fatto non manca nulla, un piangersi addosso perché il marito (un emerito stronzo) l’ha lasciata, il costante darsi le colpe di questo e quindi l’idealizzazione di un individuo (il marito) che ha le sue colpe, ma che se ne approfitta, facendole ricadere infine su di lei. Lui giustifica il fatto che se n’é andato non perché é uno stronzo lui, nooooo, é lei quella sbagliata, quella che ha distrutto il matrimonio con le sue insicurezze e le sue paure, e i suoi malumori l’hanno spinto nelle braccia di un’altra.

Praticamente, secondo il manuale del perfetto coglione, tutto questo non fa una piega.

E mi ha dato profondamente fastidio che la protagonista, per tutto il libro, vada dietro questi sensi di colpa che lui le lancia addosso. Io posso capire l’amore che può provare per lui, ma dannazione, DATTI UNA SVEGLIAAAAAA!!! 

Ma non vedi come ti ha trattata? 

E la colpa sarebbe tua? Ma non vedi che ti ha manipolata?

No, mi dispiace, ma non mi sento di dire “Poverina, che storia triste, la capisco” perché anche al patetico c’é un limite.

E la definisco patetica perché sebbene non le manchi nulla, sebbene a poco a poco riesca a riprendersi in mano la sua vita, con nuovi affetti e un nuovo lavoro a cui dedicarsi, rimane per molto tempo ancorata al pensiero dell’ex. Che da bravo stronzo, a un certo punto torna nella vita di lei (del resto questi narcisisti rimangono sempre attaccati a queste donnette senza forza perché solo così si sentono uomini). E lei, ovviamente, lo lascia fare. Il mese di azioni volte a farla rinascere ha così poco valore, serve a ben poco, perché il romanzo si conclude con la protagonista che solo dopo un mese non é evoluta molto. Per far sì che si liberi da tutti i suoi demoni ci vorrá molto più tempo. E forza, e coraggio. Il coraggio di fare delle scelte per se stessa, fosse anche per la prima volta nella sua vita, la scelta di abbracciare il cambiamento come un lato normale dell’esistenza e di trovare la forza di voltare pagina perché solo così può tornare a vivere. 

Edito da Feltrinelli, é un libro del 2013, di 187 pagine. 

Nonostante il nervosismo che la protagonista mi ha creato (queste donnette senza palle, proprio non le concepisco, e ho sofferto d’amore anche io) mi sento di consigliarlo, prendendolo per quello che é, un breve romanzo di rinascita che però non si conclude con l’ultima pagina.

Perché non si può (o meglio, si potrebbe ma non é detto) tornare a vivere in un mese. 

“Perché , in effetti, il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano:con il gioco dei dieci minuti lo sto imparando. Dunque sta anche nei libri che tutti hanno letto, ma che per qualche imprecisato motivo noi ancora no. “

Con ammmmore e momenti zen .

Cat