Cambiamenti di pelle

“Nessuno stato é così simile alla pazzia da un lato, e al divino dall’altro quanto l’essere incinta. La madre è raddoppiata, poi divisa a metá e mai più sará intera”  (Erica Jong)

 Ciao a tutti!

Questo post che vedete datato a oggi é stato aperto giorni e giorni prima. É frutto di rimandi di settimane, un po’ per stanchezza, un po’ per sonno arretrato (tanto sonno arretrato) e un po’ perché dallo scorso due settembre alla fine é cambiato tutto. 


Il mostripuzzolo si é mostrato al mondo, appunto, lo scorso due settembre, alle ore 13.14, dopo infinite ore di travaglio e dolori vari. É un bimbo bellissimo (assomiglia a me ehehehe) e con un carattere abbastanza docile, tranne quando ha fame…credo che coltivi dei veri e propri istinti matricidi in quel momento, perché si incazza di brutto.

E nulla, é cambiato tutto.

Cambiamenti di cui nessuno ti parla, nemmeno ai vari corsi preparto.

Non so se il fatto che non se ne parli sia un bene o un male. Diciamo che l’impatto é forte, chi tra i miei lettori é giá genitore sicuramente capirá di cosa parlo. 

Cambia tutto. Cambiano i ritmi, praticamente le giornate sono completamente dedicate ai bisogni di uno scricciolino di mezzo metro. Col tempo ovviamente si prende una certa routine, quelle notti in cui riesci a dormire cinque ore consecutive ti svegli riposato come se fossi appena tornato da un crociera ai Caraibi. 

Lo scricciolino in breve tempo passa dall’essere un fagottino d’amore pressoché innocuo al diventare il più spietato dei dittatori. Monopolizza le tue ore, le tue giornate, ti trapana il cervello con urla a migliaia di decibel anche in piena notte, gestisce la tua esistenza e se decide che non si può uscire più perché lui si indispone, fidatevi, non si esce più. Per questo non credo a tutte quelle persone che prima della gravidanza se ne escono con esortazioni tipo ” No ma io anche col bambino, farò la STESSA VITA DI PRIMA”

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA GIA’…CERTO…CREDICI!!!
Per cui davvero, non credete a queste persone. Si torna a fare la vita di prima (perlomeno, me lo auguro) ma sicuramente non subito. Ma se tra i miei lettori ci fosse qualcuno che assolutamente non ha avuto alcun problema a continuare la sua esistenza abituando il proprio figlio ai suoi ritmi, è invitato a lasciarmi un commento qui sotto con la propria ricetta segreta, perché io non so davvero come si fa.

Chi leggerá sicuramente sarà abbastanza incerto, perché sembra quasi che io voglia trovare solo lati negativi. Assolutamente non é così. Un figlio ti cambia la vita, personalmente mi sono riscoperta più matura, completa, consapevole delle mie potenzialitá femminili, come mamma e come donna, mi sono scoperta rafforzata. Al corso preparto dicono che questo stato mentale sia comune in quasi tutte le donne, proprio perché riescono a superare il parto.

Il parto…

….del mio parto non ne voglio parlare. Dei dettagli, nemmeno.

É stata un’esperienza allucinante che non auguro nemmeno al mio peggior nemico. E spero che il mondo sia fatto di donne che hanno avuto l’estrema fortuna di non avere lo stesso tipo di parto, altrimenti non si spiega come non abbiamo potuto estinguerci da tempo, e questo perché una volta subìto un parto come il mio, ce ne vuole di coraggio a farlo una seconda volta.

Io al momento me ne guardo bene, ancora faccio incubi in cui sento le urla e il dolore.

Seriamente non ne voglio parlare per non urtare gli animi più sensibili. Non si partorisce come ho partorito io, di solito. 

Sono fortemente grata a Topo per essermi stato accanto tutto il tempo, non credo che avrei potuto farcela senza di lui. Pochi uomini avrebbero avuto la stessa forza e lo stesso stomaco per poter starmi vicino. 

Dopo il parto, argomento che io ora cambierei per evitare di stare male, l’incubo é continuato nel reparto neonatologia. 

Ho passato ben cinque giorni in un reparto in cui dovrebbero lavorare delle persone calorose e materne, in realtá ho avuto a che fare con delle persone frustrate, fredde e sadiche per certi versi. Roba che di notte non si dormiva (perché ovviamente il bambino non dorme) e quando magari si riusciva a prendere sonno (all’alba) entravano in camera a svegliarti. Ho provato a essere letteralmente buttata giù dal letto senza la benché minima delicatezza anche alle 5 del mattino. In tutto questo sono stata anche perseguitata sulla questione dell’allattamento. Io purtroppo non ho potuto allattare. Non avevo latte. Per cui ho dovuto praticamente da subito appoggiarmi all’aiuto del latte artificiale perché in qualche modo dovevo pur sfamare mio figlio. La cosa, ovviamente non é stata accolta bene dalle infermiere del reparto. Probabilmente abituate a donne “capricciose” che decidono di non allattare per motivazioni futili come l’estetica del proprio seno o il voler rientrare subito al lavoro, non credevano alle mie parole perché convinte dai loro studi che tutte le donne possono allattare.

Beh…non é così. Non é così perché altrimenti io sarei un caso di studio. 

E personalmente non credo nemmeno a quei servizi di supporto all’allattamento, perché é un fattore di ormoni e di un delicato equilibrio che può essere compromesso o alterato in caso di forti stress o traumi. E io di trauma ne avevo avuto uno bello forte con il parto e con le immense ore di travaglio da me subite. Per cui no, non credo che un qualsiasi  consulente pseudo esperto possa risolvere questo problema e l’opposizione del corpo a innescare il meccanismo alla base dell’allattamento.

Quando non puoi allattare, oltre a essere da subito marchiata come una madre di serie B, sei circondata da un folto gruppo di persone che si sente autorizzato a consigliarti su come risolvere questo tuo deficit. Ovviamente, tutto questo non fa che aumentare la tua frustrazione personale. L’unica cosa che vuoi é dare da mangiare al tuo bambino, che col passare delle ore diventa sempre più irascibile, e i suoi pianti per la fame che diventano sempre più forti ti trapassano l’anima. Sapere che il tuo corpo si oppone a questa cosa naturale che senti di voler fare, é paragonabile al dolore che una donna prova a sapere di non poter avere dei figli. La motivazione é differente ma il dolore é identico. 

Una volta passati quei giorni di inferno, e tornati a casa, mi sono scontrata con la realtá fatta sempre di insonnia e ritmi pressoché identici, e mi sono ritrovata anche travolta dai vari picchi ormonali (questi ormoni stronzi) che, non lo nego, nei momenti di forte stanchezza mi hanno fatto anche dubitare sulle mie scelte. Non lo nego, e non me ne vergogno, perché quando la stanchezza (tanta stanchezza) si fa sentire, e in piena notte, nel silenzio, inizi a pensare a come era prima, alle dormite che facevi, al tempo che avevi per te, che ti chiedi come potevi un tempo pensare di lamentarti della mancanza di tempo quando in realtá di tempo ne avevi in quantitá infinita. 

All’inizio una simile reazione é normale, poi col tempo e col passare delle settimane passa tutto. Anche perché non ti viene nemmeno in mente di pensare piú a come era prima, perché il tuo ora é veramente figo. Quando tuo figlio inizia a sorriderti, o a vederti, o si incanta a fissare il tuo volto, o ti si accucciola sul tuo petto e si addormenta, é veramente figo. Lo hai fatto tu e ha quel bel profumo di bimbo, é veramente figo. 

Per cui sono sparita per giorni, settimane, più di un mese, da questo blog, ma sono tornata sdoppiata, raddoppiata, arricchita, completa.

E come tutti i forti cambiamenti nella vita, sento che la strada che ho intrapreso fino ad ora, mi ha regalato questa cosa, che é veramente bella. Impegnativa, ma bella.

Non posso dire di annoiarmi, va. 

Con ammmore e rigurgitini vari.

Cat

Ps: mostripuzzolo alias Lorenzo ha compiuto un mese lo scorso 2 Ottobre. Questo post doveva uscire per quel giorno ma lui ha deciso che dovevo dare precedenza ai suoi biberon. Per cui nulla, prendetevela con lui. 

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Le immense cazzate che si fanno per il troppo amore. Recensione de “Il libro dei Baltimore” di Joël Dicker

A volte succede che il troppo amore, combina dei grandi casini. Succede che vorresti proteggere le persone a cui più tieni, proteggerle persino da loro stesse, e questo procura dei danni incalcolabili, ulteriori problemi che arrivano persino a spaccare intere famiglie e rovinare vite.

Perché in fin dei conti non si può proteggere nessuno mai completamente, nemmeno un figlio, nemmeno un genitore. 

E da questo voler proteggere e preservare i fasti e l’apparenza, si muove la trama del romanzo di Joël Dicker, per il quale sono partita un tantinello prevenuta, e che mi ha dato un po’ da fare per poterlo portare a termine.


Edito da La Nave di Teseo, e uscito a settembre 2016, é un libro che si compone di ben 587 pagine, ma per il semplice fatto che come al solito il carattere é grosso e la scelta commerciale cade sempre su questa impaginatura con i bordi larghissimi, che non stanca la vista, ma ti porti dietro in borsa questi tomi giganteschi che pesano tantissimo!!!

A parte questa scelta, Dicker sviluppa un romanzo con un ritmo costante, e i lettori di “La veritá sul caso Harry Quebert” rimarranno un pochino incerti, almeno all’inizio, perché se si erano abituati ai costanti colpi di scena del primo libro,  devono far fronte a un altro tipo di scrittura, più lenta, più descrittiva,  che secondo me si sposa anche bene con la trama.

Trama che si sviluppa tra il 1969 e il 2012, per portare alla luce le vicende dei Goldman di Baltimore. Torna di nuovo lui, Marcus Goldman, il cui obiettivo é ricostruire la storia della parte a lui più cara della sua famiglia, quella di suo zio Saul, sua zia Anita e i suoi cugini, Hillel e Woody. Tramite il potere quasi “taumaturgico” della scrittura, Marcus ci parlerá delle origini, di qundo il padre e suo fratello Saul erano giovanissimi, del legame tra di loro e con suo nonno Max, e ci mostrerá come questo legame a tratti conflittuale e controverso, sia quasi un tratto genetico che si riflette poi sulle vite di Hillel e Woody. 

Il fine di tutto il romanzo, a mio parere, é dimostrare come anche nelle migliori famiglie, dove tutto sembra perfetto, in realtá si nascondono rivalitá piú o meno profonde e segreti inconfessabili, che una volta portati alla luce possono creare danni irreparabili. E Marcus ci dimostra come tutto sia causato dall’amore, che unisce le persone ma che spesso succede che questo, se esasperato, le porti a separarsi per sempre. La vita dei Goldman di Baltimore (distinti dai Goldman di Montclair a cui Marcus fa parte) segue una parabola discendente, dal lusso e dagli agi di un’esistenza fatta di belle case e ricchezza in Florida e negli Hamptons, si passa in pochi anni allo sgretolamento di tutto, complice il giorno della Tragedia, un evento misterioso al lettore e che non viene svelato fino agli ultimi capitoli. Marcus, che fino ad allora aveva avuto profonda ammirazione e stima nei confronti dei suoi cugini e dei suoi zii, man mano che racconta le loro vicende capisce, a distanza di anni, che quella patina di perfezione che ricopriva le loro vite in realtá era solo apparenza. C’ é quindi anche una sorta di maturazione di Marcus stesso, che da narratore, alla fine raggiunge una sorta di crescita e consapevolezza: lui che da giovanissimo aveva quasi disprezzato i suoi genitori per non essere riusciti a raggiungere quello che i suoi zii avevano, capisce che in realtà dietro la loro vita modesta c’era anche la scelta di una maggiore tranquillitá familiare, fatta di lavoro, ma anche di scelte sagge e ponderate, per evitare quel declino che invece aveva colpito Saul e la sua famiglia, portandoli ad azioni avventate,guidate dall’orgoglio e da una certa mania di grandezza, le cui conseguenze raggiungono danni di una portata inimmaginabile.

Quella magnifica superiorità che li faceva ammirare istintivamente. Non suscitavano gelosie: erano troppo ineguagliabili per essere invidiati. Erano stati benedetti dagli dei. Per molto tempo pensai che non gli sarebbe mai successo niente. Per molto tempo pensai che sarebbero stati eterni”

Prima vi dicevo che questo romanzo mi ha dato un tantinello da fare. Effettivamente sono partita prevenuta perché ho iniziato questo libro mesi fa, subito dopo aver letto “La veritá sul caso Harry Quebert” che mi ha letteralmente stregata per i suoi continui colpi di scena, e mi aspettavo un altro romanzo uguale, invece non solo é completamente opposto, ma richiede anche un certo impegno per seguire tutta la ricostruzione storica delle vicende famigliari raccontate, e non nego che spesso mi ha annoiata. Per questo vorrei dare anche la colpa alla traduzione italiana, che tende a ripetere i nomi più volte nello stesso paragrafo. Col risultato che a volte sembra di leggere una scenografia cinematografica iperdettagliata. 

Ovviamente si arriva a un certo punto in cui la narrazione si fa più veloce e incalzante, ma bisogna anche aspettare più di 40 capitoli per arrivarci, e con la mia gravidanza in corso diciamo che sono stati 40 capitoli intervallati da svariati pisoli pomeridiani (quando te cala la palpebra, c’é poco da fare).

Però sono riuscita a giungere alla fine ed é un romanzo che consiglio, e che mi é piaciuto, prima di tutto perché dimostra come Dicker sia in grado di spaziare tra diversi ritmi e storie, creando due romanzi che in realtá sembrano scritti da due persone completamente differenti. E poi perché é molto interessante anche l’impianto narrativo, questo continuo salto temporale tra presente e passato, anche se avrei aggiunto qualche colpo di scena in più. Ripeto, é molto meno avvincente del primo romanzo, ma il tema di una saga familiare dove opulenza, giovinezza e nostalgica eleganza si intrecciano negli anni, conquista comunque il lettore. 

“Molti di noi cercano di dare un senso alla propria vita, ma la nostra vita ha un senso solo se siamo capaci di raggiungere questi tre traguardi: amare, essere amati e saper perdonare. Il resto é soltanto tempo perso”

Con ammmmoooore e taumaturgiche narrazioni (il termine taumaturgico é stupendo, passerei giornate intere a ripeterlo, giuro)

Cat

Meno 7 giorni. La ricerca della felicitá.

Con oggi entro nella 40esima settimana.

E con oggi entro anche in uno stato crescente di ansia che non si può spiegare a parole.

In questo momento sto guardando “La ricerca della felicitá” in tv.

Difficile per me pensare a una vera e propria ricerca della felicitá ora, perché l’angoscia copre piú o meno tutte le altre emozioni.

Non dormo bene. Non molto. Sono stanca. Appesantita. Con l’aciditá di stomaco costante.

Ho una paura boia.

Sul gruppo Whatsapp (dannati gruppi whatsapp…) tutte le altre mamme che hanno frequentato il corso premaman come me hanno giá partorito o stanno per partorire. Chi ha giá partorito, ha addirittura parlato degli immani dolori del parto. Effettivamente, ne sentivo quasi il bisogno. Quasi quasi adesso mi guardo anche un paio di puntate di “24 ore in sala parto” così…perché sono masochista e sadica…

Le altre mamme ancora in attesa, come me, semplicemente non scrivono sul gruppo. Forse nemmeno leggono i messaggi, dal mio punto di vista a questo punto fanno bene.

Di questi giorni appena trascorsi trovo poco da raccontare perché faccio fatica a fare qualsiasi cosa, anche fare una semplice passeggiata. E la cosa mi demoralizza e sfianca, io non sono mai stata così. In più il periodo non aiuta: Milano é un mortorio assurdo, questo agosto che non vuole finire con il caldo che piega qualsiasi cosa sta diventando il mio personale inferno. E non ho vie di fuga o modi per combatterlo, devo stare qui a “covare” e aspettare che finisca.

Tutti parlano del momento del parto come un insieme di emozioni incontrollabili, la vita che si realizza sotto i tuoi occhi. E quest’angoscia che provo ora ho paura che possa rovinatre tutto. Che io possa essere troppo oscurata dal dolore per realizzare ciò che veramente sta succedendo. 

Perché in questi 9 mesi, vedi la pancia che cresce e un piccolo inquilino che si muove dentro di te, ma non lo realizzi, che quel bambino prima o poi te lo ritroverai in braccio e ti dará un gran bel daffare, non lo realizzi finché non nasce, e ho l’angoscia di non essere in grado nemmeno in quel momento.

Ho paura di diventare la classica mamma stanca e spaventata dal gravoso compito, succube dei mille consigli che arriveranno in quel momento da tutti, il cui compito é solo quello di accudire, allattare e cambiare pannolini, e che perderá totalmente la sua identitá. 

Ho l’ansia.

Credo che si legga nelle mie parole.

Non so, non credo, che vorrei tornare indietro.

Ma so che molte cose sono cambiate. Tante. Troppe. Se ci penso mi gira la testa da come tante cose sono cambiate. E tutti i giorni devo ripercorrere quello che é stato e quello che sono diventata in questi mesi per trovare il mio personale centro di gravitá che mi tenga a terra e non mi faccia sbandare. Per non mancarmi, per non sentirmi persa in tutto questo.

Io sono sempre io. Forse. Credo.

Ma una parte della vecchia me é morta, in un certo senso, per trasformarsi in altro, di cui ancora non ho coscienza.

E non vorrei sentire troppo la mancanza di quello che ero. 

Credo che ora sia meglio chiudere questo post, perché sto diventando lagnosa e nostalgica.

Possiamo dare la colpa agli ormoni, dai.
“...se hai un sogno devi proteggerlo. Se vuoi qualcosa, vai e prenditela. Punto.”



Esilarante e delicato allo stesso tempo. Recensione de “Le mamme ribelli non hanno paura” di Giada Sundas

Ciao a tutti!!

A casa mia siamo quasi pronti. 

Ho montato il trio (o meglio, Topo ha montato il trio, io stavo a guardare) e lo stesso giorno preso da un raptus papineccio ha montato pure la culla e il fasciatoio.  Il tutto condensato nello spazio di un bilocale, vi lascio quindi immaginare che razza di manovre dobbiamo fare in casa (stile Pozzetto…sposta il trio ed ecco la cucina, TAAAAC, fai scivolare la culla e compare un comodino TAAAC). 

In teoria saremmo pronti. Tranne la sottoscritta, che a 5 settimane dal termine delegherebbe l’infido compito del parto al primo che passa per strada. Ho fatto il controllo con l’anestesista che mi ha dato il via libera per fare l’epidurale. Ora mi mancano solo l’aiuto del pubblico e la possibilitá di chiamare a casa e posso benissimo essere la prossima partecipante a “Chi vuol essere milionario”. La valigia é pronta, mancano solo i barbiturici e sono pronta a partire!!!

Mentre me ne sto arenata sul divano (o su qualsiasi superficie morbida a disposizione in casa mia) aspettando l’ingresso nei 9 mesi (potere del panico, vieni a me!!), ho avuto modo di leggere quello che potrei benissimo definire il libro più esilarante che io abbia mai letto negli ultimi mesi.

Avviso i lettori : alto rischio di risata violenta, se siete gravide e a termine potete farvela sotto.


Come potete vedere in foto, é edito da Garzanti. Mi é stato regalato da mio fratello per il mio compleanno, e l’ho divorato in una settimana circa. 

L’idea nasce dalla pagina Facebook della scrittrice. Da un “piccolo” gruppo di circa 300 follower (avercelo io, ‘sto piccolo gruppo sul blog) la sua pagina attualmente ha raggiunto più di 25 mila seguaci e il libro in poco tempo é arrivato alla quarta ristampa oltre che essere diventato un fenomeno di passaparola tra gravide e non. Niente male per una scrittrice che é alla prima esperienza editoriale ed é veramente giovanissima.

Il libro é una sorta di diario che vede Giada in prima persona alle prese con le gioie e i dolori della maternitá, e lo fa con l’ironia che caratterizza la sua persona, mettendo su carta i suoi pensieri e alcuni momenti di vita così come li racconeterebbe, senza costruire un linguaggio articolato, ed é proprio da questo che nasce il lato comico che strappa a tutti un sorriso. Ci sono dei momenti veramente esilaranti che vedono due neogenitori alle prese con la cura di una bimba che tanto angelica non é e che di fatto ne combina di tutti i colori. 

In questo libro, veramente molto divertente ma anche commovente, la figura della mamma é trattata con molta umanitá, semplicitá e humour. Giada é una mamma “ribelle” in mezzo a tante mamme ribelli che però nascondono di esserlo perché in questa societá devi sempre dimostrare di essere una mamma perfetta altrimenti ti puntano tutti il dito contro (lo so bene anche io, che appena scoperto di essere incinta ho pianto due giorni, quale abominio!!! Avrei dovuto fare le capriole all’indietro come quelle della pubblicitá del Nuvenia!!!). 

 Lei stessa si definisce portatrice di un movimento che ha il fine di smascherare l’omertá che sta dietro la figura materna, il voler sempre celare quelli che sono i tanti lati spiacevoli o negativi della maternitá, che può essere un punto di partenza di una nuova vita, ma come dice lei può essere anche una grandissima rottura di palle. Non c’é nessun idillio nel ripulire la pipì per tutta la casa dopo che il pargolo ha deciso volontariamente di rifiutarsi di mettere il pannolino, o nello svegliarsi 3 volte a notte per soddisfare quelli che sono semplici capricci. E soprattutto, non ci dovrebbe essere nessuna vergogna nel doverlo ammettere, che prima di essere genitori siamo umani con una sana idiosincrasia per determinati sacrifici che la genitorialitá ti impone. 

Il messaggio alla base del libro é che appunto non bisogna avere paura di sbagliare, e di seguire il proprio istinto nel costruirsi una propria figura materna al di lá degli stereotipi e dei dogmi che si cerca di inculcare nelle donne. La mamma perfetta non esiste, ma imparando e sbagliando prima o poi qualcosa di giusto riesce a combinarlo e se ci mette l’amore per il proprio figlio, anche se l’infante decide di rotolarsi per terra urlando perché vuole fare i capricci, tutto si supera. Nonostante la stanchezza e tutte le difficoltá del caso. 

Ve lo consiglio, faccio come fanno le altre mamme per cui lo consiglio come regalo a tutte le vostre conoscenti in gravidanza, anche se é un libro che si può leggere a prescindere dall’avere dei figli o meno, mi sento di ritenerlo più indicato a chi é nella stessa situazione della scrittrice. Perché magari sta nel panico al solo pensiero di quello che la attenderá. 

La natura ha donato alla donna la consapevolezza della sofferenza, ma anche buone ragioni per sopportarla, e il riverbero infinito di un calcetto nella pancia é davvero una buona ragione”

Con ammmoooore e calzini rossi e bianchi (non sono adorabili??)

Cat

Dieci minuti per cambiare. Recensione di “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale

Nella filosofia del mindfulness, molto in voga al giorno d’oggi, si consiglia di sentire 3 suoni differenti, toccare tre oggetti differenti e osservare attentamente tre cose differenti ogni giorno, al solo fine di rimanere ancorati al tempo presente e sconfiggere così eventuali stati d’ansia e di disagio interiore.

Vi dirò, a me questa filosofia intriga non poco, troppo spesso siamo sempre di corsa e ci sembra che il tempo non sia mai sufficiente e letteralmente ci scivoli via dalle mani, e questo ci fa rabbia, perché abbiamo sempre un sacco di cose da fare, giriamo come trottole e non riusciamo mai a stare dietro a tutto.

Solo che non é così semplice da mettere in pratica. Insomma, richiede concentrazione, dedizione, dovremmo dedicare il giusto spazio per decomprimere lo stress, e respirare.

Eppure, dieci minuti al giorno, per esempio, non dovrebbero essere così difficili da trovare….spendiamo molto più tempo cazzeggiando sui social network, per esempio. 

Su questi dieci minuti e sulla volontá di rinascita, Chiara Gamberale ci regala il diario di un mese della sua omonima protagonista.


Come vi dicevo, la protagonista é Chiara, una donna che si ritrova in una fase della sua vita in cui tutto le é palesemente crollato addosso. Il marito l’ha lasciata per l’ex collega, la sua rubrica per il giornale per cui scrive é stata cancellata e si ritrova sola e confusa in un appartamento di Roma, che non ha mai sentito suo e da cui vorrebbe fuggire.

La sua psicanalista, che ormai la segue nella sua ossessione per il compagno e che cerca di farla guarire dai costanti sensi di colpa che lei si riversa addosso, la invita a fare un gioco: dedicare dieci minuti al giorno tutti i giorni per un mese a fare delle attivitá mai svolte. 

Chiara, capendo di non avere nulla da perdere, accetta la sfida.

Una sfida che la porterá ad aprire se stessa a nuove opportunitá, nuove persone, situazioni riflessive ma anche molto divertenti, che le faranno tornare il sorriso e la capacitá di credere in se stessa e di rinascere dalle sue ceneri.

É un romanzo molto carino, sviluppato sotto forma di diario, racconta appunto giorno per giorno le varie attivitá che Chiara decide di affrontare. Essendo lei molto recidiva al cambiamento, cominciare a dedicare del tempo a cose differenti é veramente molto difficile.

Personalmente ho trovato la protagonista abbastanza fastidiosa. É un costante riflettere sui lati negativi di un’esistenza a cui di fatto non manca nulla, un piangersi addosso perché il marito (un emerito stronzo) l’ha lasciata, il costante darsi le colpe di questo e quindi l’idealizzazione di un individuo (il marito) che ha le sue colpe, ma che se ne approfitta, facendole ricadere infine su di lei. Lui giustifica il fatto che se n’é andato non perché é uno stronzo lui, nooooo, é lei quella sbagliata, quella che ha distrutto il matrimonio con le sue insicurezze e le sue paure, e i suoi malumori l’hanno spinto nelle braccia di un’altra.

Praticamente, secondo il manuale del perfetto coglione, tutto questo non fa una piega.

E mi ha dato profondamente fastidio che la protagonista, per tutto il libro, vada dietro questi sensi di colpa che lui le lancia addosso. Io posso capire l’amore che può provare per lui, ma dannazione, DATTI UNA SVEGLIAAAAAA!!! 

Ma non vedi come ti ha trattata? 

E la colpa sarebbe tua? Ma non vedi che ti ha manipolata?

No, mi dispiace, ma non mi sento di dire “Poverina, che storia triste, la capisco” perché anche al patetico c’é un limite.

E la definisco patetica perché sebbene non le manchi nulla, sebbene a poco a poco riesca a riprendersi in mano la sua vita, con nuovi affetti e un nuovo lavoro a cui dedicarsi, rimane per molto tempo ancorata al pensiero dell’ex. Che da bravo stronzo, a un certo punto torna nella vita di lei (del resto questi narcisisti rimangono sempre attaccati a queste donnette senza forza perché solo così si sentono uomini). E lei, ovviamente, lo lascia fare. Il mese di azioni volte a farla rinascere ha così poco valore, serve a ben poco, perché il romanzo si conclude con la protagonista che solo dopo un mese non é evoluta molto. Per far sì che si liberi da tutti i suoi demoni ci vorrá molto più tempo. E forza, e coraggio. Il coraggio di fare delle scelte per se stessa, fosse anche per la prima volta nella sua vita, la scelta di abbracciare il cambiamento come un lato normale dell’esistenza e di trovare la forza di voltare pagina perché solo così può tornare a vivere. 

Edito da Feltrinelli, é un libro del 2013, di 187 pagine. 

Nonostante il nervosismo che la protagonista mi ha creato (queste donnette senza palle, proprio non le concepisco, e ho sofferto d’amore anche io) mi sento di consigliarlo, prendendolo per quello che é, un breve romanzo di rinascita che però non si conclude con l’ultima pagina.

Perché non si può (o meglio, si potrebbe ma non é detto) tornare a vivere in un mese. 

“Perché , in effetti, il meglio della vita sta in tutte quelle esperienze interessanti che ancora ci aspettano:con il gioco dei dieci minuti lo sto imparando. Dunque sta anche nei libri che tutti hanno letto, ma che per qualche imprecisato motivo noi ancora no. “

Con ammmmore e momenti zen .

Cat

Pensieri gravidi sparsi. Recensione di “Sono cose da grandi” di Simona Sparaco

“Ammesso che i bambini si possano chiedere su ordinazione, dovete sapere che ogni volta che vi sorprenderanno, nel bene e nel male, sentirete stringersi il cuore. Da quel momento in avanti vi sembrerá di non esistere più, almeno non con la stessa identitá. Questo, non lo spiegano mai abbastanza alle aspiranti madri. Non esiste un’informazione preventiva e adeguata su come la maternitá stravolga la mente di una donna. Un disastro. Anche se nell’opinione comune resta il disastro migliore che vi possa capitare.”

Come molti, soprattutto molte, immagineranno, nove mesi di gravidanza portano pensieri e seghe mentali di ogni tipo, in base all’ondata ormonale del momento.

Quello che essenzialmente ti chiedi un giorno sì e l’altro pure é: “Ma io ce la farò?” , perché si parte da una certa svalutazione delle proprie capacitá personali. Ce la farò a essere una buona mamma/un buon papá? Ce la faró a tirare su un essere umano decente? Ce la faró a crescere mio figlio in questo mondaccio? O quanto meno, ce la farò a fargli capire che le parolacce non si dicono (anche se io le dico, ma prometto che da domani smetto)?

Cerchi supporto e la risposta alle tue domande a vari momenti di incontro, come appunto i corsi preparto, ma parliamoci chiaro, nessuno potrá mai dare una completa soluzione al tuo stato di caos mentale fino in fondo. 

Ecco, questo frullato di dubbi te lo porti dietro per tutti i 9 mesi, te lo trascini in sala parto, dove il panico raggiunge vette fino ad allora inesplorate, e dopo 3 giorni di ospedale dove essenzialmente stai sul chi va lá, al panico gli metti un pagliaccetto, lo metti nella culla supermega accessoriata che hai comprato mesi prima, e te lo porti a casa.

Hai messo al mondo l’incarnazione di tutte le più profonde ansie, sotto forma di bambino. E da quel momento sono cazzi tuoi.

La letteratura degli ultimi anni si é sbizzarrita parecchio sul raccontare e dare una propria interpretazione al panico.  Io , che scrittrice non sono, ho trovato un’ottima lettura dei miei pensieri nel libro di Simona Sparaco,  “Sono cose da grandi”


Edito da Einaudi, é un libriccino di 95 pagine che si legge in un pomeriggio.

La scrittrice parte dall’evento dell’attentato di Nizza per parlare al figlio di 4 anni e confessargli quello che é la paura. Non la paura suscitata dalle fiabe, ma la paura di fronte alle brutalitá del mondo. La paura del bambino di fronte a queste immagini di morte portano la scrittrice a proteggerlo e a spiegargli cosa sta succedendo, e la frase “Sono cose da grandi” non basta più, soprattutto di fronte a fatti che coinvolgono anche altri bambini, proprio come lui. 

In queste 95 paginette la scrittrice parla al figlio con tutta la dolcezza possibile, aprendosi e svelando le proprie fragilitá di donna e madre. Le sue paure, che sono le paure di ogni genitore, trovano forza ed espressione nelle sue parole, tanto che leggendole chiunque può dire “É vero, hai ragione, mi sento proprio così” .

Ci sono delle frasi bellissime, all’interno, di una semplicitá disarmante, piccoli aneddoti di vita quotidiana e di scoperta della meraviglia che solo con un bambino in casa si possono avere.  Ci sono riportati i momenti tra madre e figlio, quei momenti di gioco che poi diventano riflessioni più profonde, sulla vita, sul mondo, e vanno a toccare tematiche importanti, come la guerra appunto, la violenza, la salvaguardia dell’ambiente, o anche la tematica delle famiglie miste e dell’amore. Ed é partendo dall’amore e dalla dolcezza, che Simona trova le parole giuste per toccare le corde della sensibilitá e della curiositá del bambino. Con il profondo desiderio che queste parole lui possa rileggerle quando sará più grande. 

É un libro che terrò sicuramente da conto in caso dovessi fare un regalo a qualche futura mamma, perché quello del mettere al mondo dei figli per consegnarli al mondo, a questo mondo, é una delle tante paure di ogni genitore, soprattutto negli ultimi anni. Lo consiglio anche solo per la delicatezza dei messaggi che vengono trasmessi. 

C’é chi dice “Goditeli finché sono piccoli”. Io penso che sia una frase abbastanza stupida, perché quando si parla di figli ogni etá racchiude in se qualcosa di speciale. É bello riscoprire il proprio lato infantile giocando con loro quando sono bambini, ma é anche bello rapportarsi a loro in maniera matura e adulta quando iniziano a capire come stanno le cose. 

Diamo loro la vita perché possano viverla e coglierla a piene mani, anche se a volte fa soffrire. Credo che questo sia il più alto e profondo atto d’amore che qualsiasi genitore possa fare. 

Godi, figlio mio, della bellezza, della poesia, di queste note che ci accompagnano lungo la strada, ma impara soprattutto a godere di te. Non ti affannare troppo a cercare all’esterno quello che giá ti appartiene. Chiudi gli occhi, chiudili ogni volta che puoi, trova il silenzio, il tuo silenzio, e ascoltalo.  In quel silenzio, se lo cercherai, troverai anche il tuo talento”

Con ammmmmore e “Mamma, guarda, una faffalla”

Cat

Un libro necessario. Recensione di “Piccole grandi cose” di Jodi Picoult

Se non posso fare grandi cose, posso fare piccole cose in modo grande”

                                                                                                                                  Martin Luther King Jr.


Ciao a tutti!!

Oggi voglio parlare di un libro che ho letteralmente divorato. É un libro che io ritengo necessario, soprattutto di questi tempi, anche se per quella che é la nostra esperienza sociale potrebbe passare in secondo piano.


Edito da Corbaccio nel 2016, il titolo originale fortunatamente non é stato distorto, é Small Great Things, con la traduzione di Lucia Corradini Caspani.

É un romanzo molto attuale, in quanto il tema trattato é il razzismo. Parliamo soprattutto di razzismo negli Stati Uniti, pertanto per noi lettori italiani potrebbe risultare una tematica che sí conosciamo, ma che non ci tocca da vicino tutti i giorni.

Ruth Jefferson é infermiera nel reparto neonatologia dell’ospedale di West New Haven, Connecticut. 

La sua vita viene sconvolta quando si scontra con i Bauer, una coppia che ha da poco avuto un figlio, e che vieta a Ruth di potersi avvicinare al bambino. Perché Ruth é una donna di colore e loro sono estremisti esponenti della supremazia bianca. 

La donna come potete immaginare é amareggiata da quest’atteggiamento, é una professionista che lavora da anni in quell’ospedale; alla fine, segue gli ordini che le vengono dati. Ma questo la mette in una situazione difficile nel momento in cui il piccolo, a pochi giorni dal parto, inizia ad avere un’insufficienza respiratoria e lei é l’unica infermiera disponibile al momento. Cosa fare? Rimanere a guardare e quindi seguire gli ordini, oppure salvare la piccola vita?

Le cose si complicano ulteriormente e purtroppo il bambino muore.

Ma questo é solo l’inizio, perchè Ruth verrá accusata di omicidio, e la questione diventerá un problema etico e razziale.

Toccherá all’avvocato Kennedy McQuarrie prendersi carico della difesa della donna, portando i giurati a guardare oltre il colore della pelle e oltre i propri limiti mentali.

Allora, a me é piaciuto molto. Anche se ho trovato esagerato il costante accenno alla questione razziale. Ruth e la sua famiglia sono costantemente oggetto di discriminazioni, in qualsiasi momento della giornata,  dal fare la spesa al prendere un autobus, e c’é del rancore e della rabbia nella protagonista, rabbia che poi a un certo punto sfocia, e rischierá di distruggere tutto il lavoro del suo avvocato.  L’ho ritenuto esagerato perché non voglio pensare che oggi la situazione che molte persone devono vivere sia questa. 

A quello che vive Ruth come vittima, si contrappone l’altra faccia della medaglia, ossia i pensieri e il modo di agire di Turk Bauer e dei vari esponenti della supremazia bianca. Sono pagine cariche di odio, che secondo me ha anche poco a che fare con il volersi scagliare contro le persone di colore, i loro atteggiamenti sono da criminali, non sono nient’altro che dei criminali che sfogano la loro smania di violenza contro qualcuno diverso da loro.  Ovviamente seguono degli atteggiamenti tipici dei KKK, e l’autrice ha voluto quindi fare un aggancio storico alle vicende del tempo. 

Kennedy McQuarrie é l’anello tra i due, in quanto é una donna bianca , chiamata a difendere una donna di colore,  e che pensa di non avere preconcetti razziali, ma il cui modo di pensare viene stravolto proprio dall’aver conosciuto Ruth, che la introduce nel suo mondo, in quello che deve vivere tutti i giorni. Le due donne, collaborando insieme, avranno modo di scontrarsi, di conoscere il reciproco modo di vivere, e di crescere nel loro modo di pensare.

Il romanzo, diviso in capitoli raccontati con le voci di Ruth, Turk e Kennedy, ha un ritmo in crescendo, le parti che ritengo più avvincenti sono quelle che descrivono tutto l’iter giudiziario e i vari appelli in aula. 

Non conoscevo il modo di scrivere di Jodi Picoult, é il suo primo libro che leggo, ma é nota per essere una scrittrice che nei suoi romanzi tratta temi sociali anche piuttosto crudi, come appunto la causa razziale, o anche la violenza sulle donne. 

Prima che io rischi di spoilerare qualcosa, direi di chiudere qui la mia recensione, che ho appena riletto e sembra abbastanza distaccata. In realtá vi garantisco che é un libro che mi è piaciuto molto, anche se in questo periodo della mia vita non era molto indicato che io leggessi un romanzo dove un neonato muore in ospedale, però questo lato é la causa scatenante da cui nasce tutta la vicenda ma non é il fulcro principale del romanzo, il tema principe rimane appunto il tema razziale, e la costante contrapposizione di punti di vista, di bianco e di nero non come opposti ma come due lati della realtá e del mondo. 

Ve lo consiglio assolutamente!!
Credi che ci sará mai un tempo in cui il razzismo non esisterá?”

“No, perché questo significherebbe accettare, da parte dei bianchi, l’uguaglianza. Chi sceglierebbe mai di smantellare il sistema che lo rende un privilegiato?”



Con ammmmore e I have a dream
Cat